«Diamo vita alle passioni», ma che cosa dà passione alla vita?
Vorrei scrivere di ciò che vivo e vivere di ciò che scrivo. Non so esattamente quale sia l’impresa più ardua delle due. Per scrivere di ciò che si vive, occorre una lealtà umana che è merce rara. E più che espressione dei tempi presenti, credo lo sia sempre stata, in ogni epoca della storia umana. È più facile essere coerenti che leali con sé. La coerenza in fondo ha sempre il volto di un sottile esercizio di potere che nient’altro fa che alimentare il senso del proprio ego, forma dell’io malato. La lealtà, invece, ha la capacità di metterci interamente a nudo, sconfessando l’autonoma pretesa della nostra persona. Chi è leale con sé, sa in fondo che non basta a sé stesso e che per essere realmente sé abbisogni di un rapporto. Innanzi a certi dialoghi con alcuni amici, mi è capitato in questi giorni di provare un’insaziabile invidia per una lealtà che vedevo in atto in precisi sguardi.
«Da solo non sono capace di perdonare i miei limiti», mi diceva un amico qualche sera fa. Immediatamente, ho avvertito un senso di profonda comprensione umana. Quasi come se tutto il resto non ci fosse più. Meglio, si è davvero capaci – resi capaci – in quell’esatto momento di abbracciare tutto il mondo. E perché? Perché ci si sente compresi, cum prendere, afferrati insieme, insomma: ci si scopre partecipi dello stesso desiderio, fatti della stessa stoffa. Perché tu sei fatto della mia stessa stoffa, io sono fatto della medesima stoffa del più grande e del misero della Terra. E allora, che cosa discrimina gli uomini? È quel senso di cordiale lealtà con la propria umanità.
Non c’è altra ragione per leggere un libro, per guardare un dipinto, per ascoltare una musica in fondo che questa: la determinata ricerca di qualcuno o qualcosa che possa finalmente e chiaramente esprimere quanto si agita dentro il nostro cuore umano. E ci si scopre rivelati a sé. Ci sono certi istanti dove si è restituiti a sé stessi. Ci si è sempre parsi sé, eppure ci si scopre più sé in precisi momenti. Indubbiamente, sono gli istanti in cui si scoperchia la propria umanità. Esattamente così, innanzi a quel mio amico non ho potuto che riconoscermi ridato a me stesso, nuovamente. Questa è la verità di me, questa è l’esperienza vera della mia umanità. Da solo, non sono capace di perdonare i miei limiti. Insomma, non sono in grado d’abbracciarmi.
Moralisti quali siamo e figli di una cultura altrettanto moralista, laddove la coerenza, più che il grido mendicante di una corrispondenza fra la vita e ciò che si desidera, si è sempre espressa – e forse sempre si esprimerà – come esercizio di un potere: «io sono più di te», è ciò che a ben guardare pensiamo innanzi ai pubblici scandali di incoerenza o al suo quotidiano volto che coinvolge i nostri rapporti più prossimi. Ci si perde il meglio, dunque. Pertanto, il limite è guardato e fatto coincidere con lo scandalo per la nostra miseria; ridotto alla mera trasgressione moralista di una legge: parlare male di qualcuno, trascurare un rapporto, essere indisponibili a qualsiasi forma di carità, essere incuranti di sé, e la lista potrebbe procedere a lungo.
Ma, in fondo, quando mai ci accorgiamo che il più grande limite non è appena la nostra miseria, ma è lo scandalo che abbiamo per la nostra umanità? È l’incapacità che abbiamo di abbracciarci teneramente, custodendo come doni preziosi le nostre domande e la nostra irrisolutezza. Il primo scandalo non è il volto dell’altro, «l’enfer, c’est les autres», come diceva Sartre. L’inferno sono gli altri. Ma il primo inferno è la spietatezza che si ha con sé, di sé, in sé. Diveniamo quindi scandalo a noi stessi, laddove scandalo – dal greco skándalon: pietra d’inciampo – indica proprio l’ostacolo che poniamo davanti ai nostri passi.
Ma qual è dunque l’alternativa? Che cosa consente la lealtà e l’abbraccio alla propria umanità? Te stesso, direbbe il mondo, che naviga pertanto di mille libri di counseling o di coaching-motivazionale, meditazioni zen e chi più ne ha più ne metta, mentre si riempiono gli studi di psicologi, psicoterapeuti e psichiatri e altresì ne metta chi più ne abbia. Ennesima documentazione che qualcosa non funzioni, e non voglio di certo ridurre l’odierno dramma (ma ne rifletterò più avanti). Eppure, tutto ti sprona a sforzarti di farcela da solo. A scommettere sulle tue forze. Quasi che l’abbandonarsi e il lasciarsi abbracciare le proprie ferite da chi ti ama sia in fondo un di meno. Che infinita esperienza di commozione accade invece laddove quanto più si è scandalizzati di sé tanto più ci si lascia abbracciare e perdonare da un volto amato.
Qualche settimane fa mentre mi dirigevo a Milano ho visto un annuncio pubblicitario che recitava: «diamo vita alle passioni», ma subito ho pensato ad altro. Sorpreso da un pensiero, ho pensato che la vera partita decisiva per la nostra esistenza sia ben altra dal ridare vita alle nostre passioni e che consista in un preciso interrogativo: «che cosa dà passione alla vita?». Me lo domando. Anch’io. E accade sempre qualcosa di fronte all’umanità nuova di chi, leale con sé, mi testimonia la possibilità di abbracciarsi. Solo poiché a sua volta abbracciato. È nell’amore che tutto si può vivere e tutto si riceve.
di Iacopo Francavilla