Quale stanchezza?
Basta. Lo ammetto. Sono stufo. E non ne posso più. Per quale razza di assurda strana ragione occorre sempre essere soggetti a questa inebriante e ineluttabile stanchezza? Apro gli occhi, non ho ancora le forze di fare chissà quali grandi pensieri articolati. L’unica cosa che penso è che… è suonata la sveglia, pertanto occorre alzarsi dal letto. Mi tiro su, infilo le ciabatte e vado in bagno. Reagisco sempre ai miei capelli scomposti, non mi capacito mai di che cosa accada durante la notte tanto grave da scompigliarmi così decisamente i miei poveri peli. All’invero, medesima cosa non accade con la barba, che tutto sommato resta pressappoco uguale alla sera precedente.
Che cosa c’è da ringraziare? Perché occorre farlo? Che cosa mi aspetta durante la giornata? Cosa occorre domandare, se occorre domandarlo? Entro in doccia. È sempre una imparagonabile esperienza a cui affido tutta la capacità di risollevarmi e risvegliarmi finalmente dal sonno e dall’intorpidimento mattutino. Inizialmente, non ho mai una chiara consapevolezza di ciò che attendo durante la giornata, lo scopro vivendo. Poi, strada facendo, non mi è così difficile identificarlo. Non può mancare il caffè, altra laica preghiera a cui non manca mai la mia e sua fedeltà. Spero sempre possa mantenere quello che pare promettermi: «non sarai più stanco». Una specie di elisir. Eppure, credo oramai d’esserne assuefatto, non ha più la capacità di ridestarmi quanto le prime volte. Pace amen. Continuo a credere possa essere sufficiente e fedele a spalancare le mie pupille oculari, che vorrebbero richiudersi per riabbracciare lo sperato sonno.
Sono le 07:40. Entro in Chiesa, pensando di non trovare ancora nessuno e altresì sperandolo. Amo il silenzio e la solitudine mattutina. Non perché pensi d’essere solo o perché voglia esserlo. «No, bro, alle mie domande mi rispondo da solo. Io ho fede solo in me stesso, bro». Mi diceva un ragazzo conosciuto pochi giorni fa. Ecco, quanto di più distante dalla verità, per chi – spalancati gli occhi – guarda con un minimo di attenzione alla propria vita. Ma in fondo, chi cazzo ha inventato queste cagate? Ma come si può mai affermare una castroneria degna dell’estro pagliaccesco dei più bizzarri benpensanti? Quanto ti assorbe la cultura e lentamente ti corrode interiormente. E sapete qual è la sua più grande stranezza? Che crede pure di farti sostenere le migliori trovati. Parrebbe d’essere dei geni, dei veri rivoluzionari. Così, mentre il potere ti prende per il naso – per non dire per il culo, che meglio si confarebbe – pensi che ti stia accarezzando dandoti le migliori caramelle zuccherose, onde scoprire poi che al posto dello zucchero c’è il miele del conformismo più bieco: annulla le menti, spegne il pensiero critico e ti rende esecutore di un protocollo, di altri. Però, intanto, continua a credere alla tua grande profondità… «ho scavato un pozzo, venite a vedere». E tu ci vai pure. Per poi accorgersi di ritrovarsi innanzi a un bicchiere di venti centimetri, mentre tu, stronzo, ti aspettavi davvero decine di metri. Più o meno, è quanto accade.
«Ho fede solo in me stesso», hai ragione, bro. Nel silenzio, sono in Chiesa. Mi inginocchio, ancora assorto dal sonno che piano piano spero vada scemando. Lo guardo. Mi guarda. Io distratto, Lui attento. Io affannato, Lui tranquillo. Prego. In silenzio. In fondo, mi accorgo esserci una stanchezza ben più grande di quella fisica. È la stanchezza di chi comincia già estenuato ancor prima di mettersi in cammino. È la stanchezza di chi si appresta ad iniziare cinicamente la giornata. Sazio e disperato. Come bestie. Interamente appiattito ai soli bisogni naturali. Cibo, sesso e poco altro. Ci si riduce a questo. Si pensa che la vita sia fatta per questo…e te lo si fa pensare. Non dimentichiamoci pure della grande chiesa laica moderna: la Palestra. E tu, boccalone, ci credi pure.
Ho bisogno di inginocchiarmi, per ricordarmi quale sia la mia vera sete al mattino. Che cosa davvero cerca il cuore mio e dove anela poggiarsi il mio sguardo. Più che di una tazza di caffè, ho bisogno di un Volto che mi ami. Un volto che mi ricordi di non bastare a me stesso, ma che mi guardi e mi dica: «Bro, tu sei mio, ti amo e ho fede solo in te stesso». È così che la giornata può davvero iniziare. È così che la stanchezza cede lo spazio alla curiosità e il giorno comincia il suo decorso. E tu sai che tutto concorre al bene, misteriosamente. Non sai spiegartelo. Ma quei due Occhi ti guardano. E capisci che senza fidarsi di un Altro, non ci si può fidare nemmeno di se stessi. Eddai, non è così difficile scoprirlo.
di Iacopo Francavilla