«Domani la ripresa dei colloqui a Islamabad: prosegue il braccio di ferro»
Mentre nel corso di questi giorni è circolata in tutto il mondo la foto del soldato delle IDF mentre prende a sprangate un crocifisso, sia Netanyahu che il ministro degli esteri israeliano, hanno espresso profonda indignazione per l’accaduto. I soldati sono stati rimossi e sottoposti ad una detenzione carceraria di 30 giorni, hanno confermato le forze armate israeliane. A ragione, stamattina il giornalista Mario Calabresi nel programma di cui è founder, SEIETRENTA, commentava quanto la stessa indignazione dovrebbe essere espressa non solo quando si tratti di statue, bensì di persone. Nel frattempo, domani riprenderà il secondo round del negoziato tra Washington e Teheran (i cui rapporti vanno presi con estrema cautela) a Islamabad, capitale del Pakistan, il cui esito è tutto da vedere. Si resta ancora in attesa della conferma della partecipazione dell’Iran ai colloqui di pace, come dichiarato alla stampa dal ministro dell’informazione pakistano Attaullah Tarar, che si terranno verosimilmente questo weekend.
Resta sempre più difficile seguire gli sviluppi del conflitto - le cui ripercussioni potrebbero segnare la più grande crisi energetica dell’età moderna (consecutiva alla crisi del 2008 e a quella riguardante la pandemia di Covid)-, che sembrano procedere allo stesso modo di una pallina sul tavolo da ping-pong. Tra le richieste assurde che il regime degli ayatollah aveva rivolto agli USA – tra cui il pagamento di una ingente somma di denaro in favore della ricostruzione delle infrastrutture distrutte – e le risposte altrettanto surreali della Casa Bianca, surrealtà confermata, per l’appunto, dalla mancata corrispondenza delle richieste e dal celere sgretolamento della tregua annunciata in Libano, vi ricordate qualche settimana fa il timore di una imminente incursione dell’esercito americano sulla Khark island?
Passato che sia, il dato preoccupante – la cui interpretazione potrebbe essere un principio di deterrenza usato dal governo americano contro il regime iraniano – resta il crescente e costante dispiegamento di forze armate convogliate nelle acque del Golfo persico. Scongiurando l’ottenimento della bomba atomica da parte dell’Iran, il cui possesso da parte del regime liberticida e dittatoriale – è bene ricordalo – rappresenterebbe una terribile minaccia non solo per Israele, bensì per tutta l’Europa e l’Occidente, appare sempre più chiaro quanto Trump, braccio armato a disposizione del governo di Netanyahu, si sia infilato in una guerra senza via di uscita, mentre dallo Studio Ovale il tycoon è prossimo a leggere la Bibbia nel corso dell’evento «America reads the Bible», concomitante alla celebrazione del 250esimo anniversario della dichiarazione d’indipendenza americana che si terrà il prossimo 4 luglio.
Stando all’attuale svolgimento della crisi mediorientale, resta comunque certo che Trump si troverà a pagarla dura nelle elezioni di Midterm che si terranno a novembre, anche a causa del crescente sostegno del giovane elettorato alla causa palestinese e al riconoscimento di quanto il dispendio americano in Medio Oriente rappresenti un militarismo pesante.
Che cosa ne sarà nuovamente di questi colloqui? Prosegue il braccio di ferro, mentre Trump ha recentemente sostenuto d’essere «pronto a ritornare alla guerra mentre si avvicina il cessate il fuoco» la cui scadenza è prevista nella giornata di domani.