«Quello che sta davanti a voi è un uomo perdonato»: lo storico discorso di Papa Francesco ai carcerati boliviani

Con quanta facilità ci si appresta a tirare delle conclusioni sommarie circa colui di cui si fa memoria, soprattutto durante i primi anniversari di morte. Pertanto, la linea di demarcazione segna i confini tra i detrattori e tra gli estimatori. Tra gli appassionati e tra gli sfiduciati. Tra quanti furono confermati nelle proprie speranze e tra gli amareggiati disattesi nel proprio desiderio di un rinnovamento restauratore non avvenuto. Tanto nel panorama mediatico quanto in quello ecclesiale, non si fatica a riconoscere una vera e propria logica partitica, faziosa. Quasi fosse la memoria di un campionato, il cui esito è tutto da giudicare. Tuttavia, non può certamente essere questo lo spirito e lo sguardo con cui ci si appresta a fare memoria di un uomo al cui ministero venne affidato il compito di confermare nella fede la Chiesa universale. 

Esattamente quest’oggi corre un anno dalla morte di Papa Francesco (1936-2025), la cui scelta del nome fu già tutta programmatica. Il primo papa a decidere di prendere il nome del poverello di Assisi. Il primo papa a stravolgere i consueti cerimoniali ufficiosi con cui il Vicario di Cristo si presenta al proprio gregge in quanto episcopus romanus e pertanto ai fedeli di tutto il mondo. Il primo papa delle Americhe latine. 

Neanche Benedetto XVI, dalla cui rinuncia (di celestina memoria) occorreva ancora riprendersi, era stato risparmiato dalle critiche e pertanto oggetto dei medesimi malcontenti che animavano gli animi di quanti speravano in un ammodernamento ecclesiale dopo il lungo pontificato giovanpaolino. Certamente, di Ratzinger un dato era evidente: la continuità col magistero di Papa Giovanni Paolo II, che, suo malgrado, l’aveva fortemente desiderato a Roma come prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, oggi Dicastero. La cesura di Papa Francesco apparve invece nei primissimi istanti in cui si affacciò dalla loggia della basilica di San Pietro: nessuna mozzetta e una semplice croce d’argento. E non solo. Il giorno dell’elezione non si ebbe ancora modo di notare il cambiamento delle consuete scarpe papali. 

Un segno, il cui significato esige l’umana interpretazione, comunica: è il suo compito primario. E indubbiamente non si poteva rifuggire da una chiara interpretazione: ci si trovava di fronte ad una novità e alla comunicazione di una sobrietà, a cui fece seguito la decisione di risiedere nella Casa Santa Marta, storica residenza cardinalizia eretta da Giovanni Paolo II. 

Che dir si voglia, considerando il magistero di Papa Francesco non ci si può di certo esimere dal riconoscere quanto le sue scelte innovative – controverse che furono –, innestatesi fra lo scalpore scandalistico e il battimano entusiastico, si siano radicate dentro lo scandaloso annuncio dell’essenza del cuore di Dio: misericordia. Non a caso, fu proprio alla misericordia che volle dedicare il primo giubileo straordinario istituito nel 2015. Altresì, fu nel corso del suo viaggio apostolico in Ecuador, Bolivia e Paraguay, compiuto nel luglio del medesimo anno, che Francesco volle far visita al Centro di Rieducazione Santa Cruz, tra i più importanti istituti penitenziari della Bolivia, rivolgendo ai carcerati parole emblematiche ed espressive del cuore dell’annuncio che ha caratterizzato il suo intero magistero: «Chi c’è davanti a voi? Potreste domandarvi. Vorrei rispondere alla domanda con una certezza della mia vita, con una certezza che mi ha segnato per sempre. Quello che sta davanti a voi è un uomo perdonato. Un uomo che è stato ed è salvato dai suoi molti peccati. Ed è così che mi presento. Non ho molto da darvi o offrirvi, ma quello che ho e quello che amo, sì, voglio darvelo, voglio condividerlo: è Gesù, Gesù Cristo, la misericordia del Padre». Il pontefice del «todos, todos, todos», proclamato davanti ad una folla gremita e inaspettata di giovani, che si radunarono in occasione dell’ultima Gmg svoltasi a Lisbona nel 2023, è stato senz’altro un indefesso annunciatore dell’instancabile «amore che Dio ha per noi. Per te, per te, per te, per me. Un amore che ha preso sul serio la realtà dei suoi. Un amore che guarisce, perdona, rialza, cura. Un amore che si avvicina e restituisce dignità. Una dignità che possiamo perdere in molti modi e forme. Ma Gesù è ostinato in questo: ha dato la vita per questo, per restituirci l’identità perduta. Per rivestirci con tutta la sua forza di dignità». 

A fronte dell’urgente sottolineatura espressa dall’OMS nel suo ultimo rapporto interamente dedicato alla connessione sociale e alla epidemia di solitudine dilagante in tutti i contesti sociali, è necessario riguadagnare continuamente la commovente consapevolezza dell’inesauribile posarsi del cuore di Dio sul cuore dell’uomo più che attestarsi sulle insignificanti logiche partitiche. Chiamasi misericordia, miserere cordis: il nome del cuore di Dio. Il cui annuncio è sempre stato l’intento profondo di Papa Francesco. Occorre ricordarlo, affinché la sua memoria, più che una sintesi conforme o meno alla sensibilità ecclesiale di ciascuno, diventi la possibilità di un nuovo inizio personale. 

di Iacopo Francavilla

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