«Noi siamo un desiderio, non un algoritmo!»: il discorso di Papa Leone XIV all’Università Sapienza di Roma
Accolto da una gremita folla di studenti, docenti e personale amministrativo, Papa Leone XIV si è recato quest’oggi per una visita pastorale presso l’Università Sapienza di Roma, nel desiderio di rinsaldare i rapporti tra la diocesi romana presieduta dal Pontefice e la prima università europea per numero di iscritti. Ancora viva è la memoria del diniego rivolto all’allora Benedetto XVI, quando gli venne impedita la possibilità di far visita alla Sapienza, non potendo pertanto rivolgere un discorso alla comunità accademica. Ciò fu senz’altro il frutto dell’intransigenza laicista, che, mentre inneggiava al dialogo, ostracizzava il Santo Padre. Si sa, l’ideologia rende sempre ciechi, convincendoci di vedere. Questa volta, fortunatamente, le cose sono andate diversamente. Nessuna avversione, nessun pubblico dissenso alla visita pastorale di Papa Leone. Per La Sapienza è altresì la possibilità di risollevarsi dopo lo storico rifiuto di Benedetto XVI.
Al termine del discorso della rettrice Antonella Polimeni, Papa Leone XIV ha preso la parola, volendo anzitutto rivolgersi dapprima agli studenti e poi ai docenti. «I viali della città universitaria che ho percorso per arrivare qui sono attraversati quotidianamente da tanti giovani, abitati da sentimenti contrastanti. Vi immagino a volte spensierati, lieti della vostra stessa giovinezza che, anche in un mondo travagliato e segnato da terribili ingiustizie, vi consente di sentire che il futuro è ancora da scrivere e che nessuno ve lo può rubare», ha detto Papa Leone.
Esponendo la propria gratitudine per essere stato reso partecipe delle centinaia di domande che gli studenti universitari gli hanno rivolto, il Papa ha evidenziato i due volti dell’inquietudine odierna, citando il suo amato Sant’Agostino, di cui sin dal primo giorno della sua elezione ha sempre rivendicato la propria figliolanza. Se dell’inquietudine esiste un volto buono, che desta e provoca un desiderio «che si fa ricerca di verità», testimoniato dall’«audacia nello studio», tuttavia non si può obliterare un altro volto dell’inquietudine. «Esiste dell’inquietudine anche un volto triste: non dobbiamo nasconderci che molti giovani stanno male. Per tutti ci sono stagioni difficili; qualcuno però può avere l’impressione che non finiscano mai. Oggi questo dipende sempre più dal ricatto delle aspettative e dalla pressione delle prestazioni. È la menzogna pervasiva di un sistema distorto, che riduce le persone a numeri esasperando la competitività e abbandonandoci a spirali d’ansia. Proprio questo malessere spirituale di molti giovani ci ricorda che non siamo la somma di quel che abbiamo, né una materia casualmente assemblata di un cosmo muto. Noi siamo un desiderio, non un algoritmo! Proprio questa nostra speciale dignità mi porta a condividere con voi due domande. A voi giovani questo malessere chiede: “Chi sei?”. Essere noi stessi, infatti, è l’impegno caratteristico della vita di ogni uomo e di ogni donna. “Chi sei?” è la domanda che ci facciamo l’un l’altro; la domanda che, silenziosamente, poniamo a Dio; la domanda cui possiamo rispondere solo noi, per noi stessi, ma alla quale non possiamo mai rispondere da soli. Noi siamo i nostri legami, il nostro linguaggio, la nostra cultura: a maggior ragione, è vitale che gli anni dell’università siano il tempo dei grandi incontri». Tuttavia, non è un appello rassegnato quello del Papa, che invita i giovani a trasformare «l’inquietudine in profezia».
Rinsaldando il proprio appello alla «pace disamata e disarmante», Papa Leone ha riaffermato il grido «mai più la guerra», tanto caro ai suoi predecessori. Non è mancato un pubblico dissenso alla crescita della spesa militare del mondo, che ha toccato proprio in quest’anno il record storico, raggiungendo i quasi 3 mila miliardi di dollari.
«Non si chiami “difesa” un riarmo che aumenta tensioni e insicurezza, depaupera gli investimenti in educazione e salute, smentisce fiducia nella diplomazia, arricchisce élite cui nulla importa del bene comune. Occorre inoltre vigilare sullo sviluppo e l’applicazione delle intelligenze artificiali in ambito militare e civile, affinché non deresponsabilizzino le scelte umane e non peggiorino la tragicità dei conflitti. Quanto sta avvenendo in Ucraina, a Gaza e nei territori palestinesi, in Libano, in Iran descrive la disumana evoluzione del rapporto fra guerra e nuove tecnologie in una spirale di annientamento. Lo studio, la ricerca, gli investimenti vadano nella direzione opposta: siano un radicale “sì” alla vita! Sì alla vita innocente, sì alla vita giovane, sì alla vita dei popoli che invocano pace e giustizia!», ha voluto affermare Papa Leone.
Ripercorrendo i momenti salienti dell’enciclica Laudato sì del compianto papa Francesco, Leone XIV ha ricondotto lo sguardo ambientale - spesso soggetto a logiche ideologiche, non confacenti ad uno sguardo cristiano sul creato – dentro una prospettiva universale, appellandosi alla responsabilità dei credenti. «Chi crede sa che la storia non piomba senza scampo nelle mani della morte, ma è sempre custodita, qualsiasi cosa accada, da un Dio che crea vita dal nulla, che dà senza prendere, che condivide senza consumare».
A fronte della trascuratezza e del pervasivo sfruttamento delle risorse del pianeta, che alimenta disuguaglianze sociali e disparità economiche che colpiscono ciclicamente i meno abbienti delle società, Papa Leone ha evidenziato una nuova possibilità, sostenendo che l’odierna «implosione di un paradigma possessivo e consumistico libera il campo al nuovo che già germoglia: studiate, coltivate, custodite la giustizia! Insieme a me e a tanti fratelli e sorelle, siate artigiani della pace vera: pace disarmata e disarmante, umile e perseverante, lavorando alla concordia tra i popoli e alla custodia della Terra. C’è bisogno di tutta la vostra intelligenza e audacia».
Infine, da buon agostiniano, il Papa ha richiamato la caritas che deve primariamente contraddistinguere gli studi, che non possono essere soggetti solamente ad un individualismo erudito. «Insegnare è una forma di carità quanto deve esserlo soccorrere un migrante in mare, un povero per la strada, una coscienza disperata. Si tratta di amare sempre e comunque la vita umana, di stimarne le possibilità, così da parlare al cuore dei giovani, senza puntare solo alle loro cognizioni. Insegnare diventa allora testimoniare valori con la vita: è cura per la realtà, è senso di accoglienza verso ciò che non si comprende ancora, è dire la verità. Che senso avrebbe, d’altronde, formare un ricercatore o un professionista, che però non coltiva la propria coscienza, il senso della giustizia e del rispetto per ciò che non si può né si deve dominare?».
Il primato della persona umana rimane centrale nello sguardo del pontefice, intento nell’affermare quanto il sapere non possa ridursi ad un mero raggiungimento dei propri scopi lavorativi, bensì debba essere iscritto all’interno di un discernimento circa la propria natura e la propria identità umana.
Affidando l’intera comunità accademica alla propria preghiera, la visita di Papa Leone XIV rappresenta la cura di un pastore verso i propri figli, la cui carità inizia sempre dai più prossimi.