Credo che nessuno sia riuscito a rimanere indifferente di fronte agli innumerevoli atti turpi, vigliacchi, violenti e disumani che si sono compiuti nei giorni scorsi a Milano, Torino e Bologna e che promettono di essere compiuti nuovamente. Onestamente, credo risulti difficile trovare un aggettivo adeguato a travalicare i confini di ogni attributo costretto ad arenarsi innanzi al territorio dell’eufemismo tanto appare efferata e assurdamente stupida la violenza a cui abbiamo assistito sui telegiornali e sui social. Come si sa, numerose sono le città europee che in queste settimane sono messe sottosopra, deturpate, distrutte o addirittura incendiate, come accaduto nella torre del municipio di Limoges in Francia. Più che attestarsi sulle più o meno stupide e becere analisi dei politici nostrani – i quali, più che guardare e tentare di predisporre tutti gli strumenti volti all’affronto di un disagio giovanile che sta assumendo tratti e contorni ben definiti, prendono a pretesto atti vandalici per sconfessare ideologicamente l’una o l’altra posizione politica –, vorrei guardare ben altro. E sia chiaro: non ch’io voglia esimermi da un giudizio e da un riconoscimento politico obiettivo. Allo stesso modo (spero) in cui gli atti vandalici degli ultimi giorni, specialmente quelli compiuti in piazza Duomo a Milano, hanno trovato una condanna unanime da parte dei cittadini privati e di istituzioni, ma diciamo più largamente una sentita riprovazione popolare, desidero fortemente sperare e credere (ma risulta più complicato) che la stessa riprovazione sia riconosciuta e affermata di fronte alla amministrazione comunale di Sala. Aperta e chiusa parentesi.
Ora, vorrei invece prendere le mosse per riflettere su altro. Alla fin fine, socialmente si affronta solo l’emergere del problema, si prendono di petto le manifestazioni sintomatiche, ma non si va mai alla radice e alla sorgente dello stesso. Ci si impegna nel cercare di tamponare il sangue purulento, tentando di ripristinare un decoro civile. Così le frasi: «eppure, sembrava un ragazzo normale», «lo conoscevamo, non ce lo saremmo mai aspettati», appaiono i luoghi comuni a cui più siamo abituati innanzi a terribili casi di cronaca nera consegnateci – morbosamente, direi io – dai mass media come cibo succulento per nutrire perversioni psicopatologiche, che paiono compiacersi finanche trovando un gusto dei dettagli più scabrosi. Probabilmente, si potrà e si saprà ripetere lo stesso di fronte ai molti giovani minori schedati in questura. Per una buona, santa e benedetta volta, lasciato da parte l’infantilismo analitico che ci muove istintivamente nel giudicare quanto letto sui giornali, possiamo adultamente e responsabilmente domandarci che cosa muova la libertà di centinaia di ragazzi (coglioni, sarebbe il sostantivo più consono, ahimè inammissibile e censurato dal perbenismo imperante) che entusiasticamente festeggiano i vetri dei negozi rotti, dei supermercati saccheggiati o di sanpietrini e cocci di vetro tirati in faccia alle forze dell’ordine, quasi come celebrassero la coppa della Champions League?
Certamente, non potrei consapevolmente pretendere di dire in toto “la” verità circa il disagio espresso dalle moltitudini di azioni sotto gli occhi di tutti. Né tanto meno è mia intenzione mettermi a riflettere sul sacro santo diritto di manifestazione. Qui trattasi di ben altro! Ciononostante, mi ha sempre interrogato l’arcana ragione di una simile gratuita violenza e avversione verso quanti (le forze dell’ordine) hanno il compito di garantire e vigiliare sull’ordine sociale, preservandolo da un possibile sovversivismo generale; credo che in tal senso si possa ben comprendere quanto le regole e più in generale le leggi (quand’esse siano una buona e salutare espressione consona alla coscienza umana, che poggia – sia pure laicamente – sul diritto naturale) preservano e permettano la libertà, pena una anarchia dove la violenza diventa prassi e metodo di ogni azione.
Da dove nasce questa spropositata e incivile violenza? È possibile poter dire qualcosa in più oltre a sostenere la piena stupidità e coglionaggine di quanti si sono coinvolti in atti vandalici e deturpatori della dignità altrui, quale picchiare una guardia di sicurezza che svolge il proprio lavoro in un negozio? Credo lo si sappia molto bene, non c’è educazione o legge o regola, foss’anche la più perfetta e umana, capace di preservare la libertà umana da quella possibilità che le è propria e che la definisce: la scelta fra il bene o il male, che permangono sempre, misteriosamente, possibilità prossime e concrete che si affacciano nell’orizzonte di ogni scelta quotidiana. Eppure, guardando queste centinaia, migliaia di giovani, non possiamo evitare di domandarci da quali volti adulti siano sostenuti, chi concretamente li prenda a cuore implicandosi con loro nella condivisione della vita, prendendosi la briga di educarli, cioè di indicare una strada. Provocazione per lo più mossa e sostenuta dalle immagini dei genitori che attendono i propri figli prossimi ad uscire dalle questure.
Ricordo il tragico e doloroso episodio dell’omicidio di Ahmed Fdil, un senzatetto sessantaquattrenne marocchino, ucciso barbaramente a Verona nel dicembre del 2017 da due ragazzini di 13 e 17 anni, che alle domande processuali risposero adducendo la noia come movente del delitto. Credo che qui stia il cuore del problema. C’è un morbo corrosivo che attanaglia come una morsa feroce la vita della società e che si esprime pienamente nella generazione giovane e non più giovane: il virus della noia, alla quale di certo non si potrà rispondere con le prossime elezioni parlamentari. Penso a quanti inneggiano ad un arrivo trionfalistico del Generale (Vannacci) di fronte le tragiche immagini di questi giorni, investendolo quasi di un ruolo messianico (chissà quale sia la valle in cui scorrono latte e miele immaginata dai sostenitori) e riconoscendolo come un possibile fattore risolutore della crisi che ciascuno è in grado di documentare, guardando alla propria vita o alla vita dei più prossimi, amici, conoscenti o famigliari che siano.
Se la politica è la più alta forma di carità, come saggiamente proclamava Paolo VI (e quanto poco e scarsamente se ne è coscienti), è pertanto necessario che ciascuno si assumi la responsabilità di un’azione politica-educativa. Beninteso, non che solleciti una candidatura di massa – unicuique suum –, bensì intendo esprimere l’urgenza che ciascuno prenda in mano e guardi con scienza e coscienza la propria vita, implicandosi davvero in un processo educativo, che, ben lungi dal cominciare in strutture di recupero, affonda le sue radici nel nucleo famigliare, forma prima della società; che si innesti là dove guardando negli occhi chi ci è accanto ravvisiamo quella noia corrosiva, che non può fare a meno di esprimersi nell'ebbrezza e nel fascino di una forma violenta ogni qual volta non trova una strada concreta che si offra come ipotesi e alternativa percorribile.
Ogni ribellione sacro santa e necessaria sul caro vita è conseguente, qui si tratta – credo – di ben altro.
di Iacopo Francavilla