«Privi di meraviglia restiamo sordi al sublime»
È nella misura dell’inaspettato che il cuore si sorprende. Me ne sono accorto proprio stamattina, portando un caffè a mio fratello, intento e assorto nello studio, il quale mi ha risposto con un sorriso accennato, che aveva in sé tutto lo stupore per una sorpresa, semplice, banale, ma che lo ha rimesso di fronte alla misura della gratuità. Il cuore si sorprende esattamente così, riconoscendo qualcosa di inaspettato, che eccede qualsivoglia calcolo o misura.
Ricordo ancora lo sconcerto di una ragazza, conosciuta durante gli anni universitari, di fronte al sincero interesse che mostravo per lei. «Perché ti interessi di me? Io non ti do nulla in cambio, perché mi vuoi bene?»; ancora oggi ho impresse scolpite sulla pietra della mia memoria queste parole, che manifestavano l’assoluto spaesamento di fronte la gratuità di uno sguardo. «Io non ti do nulla in cambio», l’eterno ricatto della logica scambista, do ut des, dare per avere.
Che cosa può accadere invece quando gli occhi del cuore si soffermano sulla gratuità di un dono? Su un amorevole carezza fatta alle proprie ferite? Sulla tenera nominazione delle nostre paure? Si sorride. Non è il riso scettico e sarcastico di chi pensa cinicamente che la realtà sia ben altra da quella che ha sotto gli occhi, è il riso accennato di chi riceve quanto forse sommessamente, forse incoscientemente, ha sempre atteso: uno sguardo puramente gratuito.
A ben guardare, desideriamo essere amati non per ciò che siamo, ma perché ci siamo. In ciò che siamo possiamo in fondo vantarci di un certo merito o forse possiamo essere schiacciati dal peso delle nostre fragilità, delle nostre colpe, dei nostri limiti ed errori dai quali così spesso, per chi non conosce la forza dirompente e generatrice del perdono - della divina misericordia - è difficile, oserei dire impossibile, potersene emancipare. Eppure, occorre constatare che al fondo di noi persiste l’eterna lotta di pensare di doverci meritare quella tazza di caffè, di doverci meritare il bene. Quanto spesso anche la sfera del religioso, del rapporto con l’Amore assoluto, può essere inficiata da questa logica mercantilistica.
Dunque, da dove è possibile ripartire? Dalla meraviglia, dalla commozione grata e riconoscente di quanto ci è donato. Queste prime e poche righe vogliono essere una responsabilità, una re-sposta- agli occhi del proprio cuore. Senza una educazione della propria persona, coinvolta in uno sguardo di bene gratuito che si comunica in volti ben precisi, la nostra personalità è sempre prossima all’atrofia e al disimpegno con sé e con la vita intera. Se il bene gratuito e la meraviglia commossa per la realtà è ciò per cui supremamente il nostro cuore è fatto, vero è che occorre poter stare attenti, ad-tendere- per potersi accorgere di tutto il bene di cui la nostra vita è costellata, nulla togliendo al mistero del male innanzi al quale gridiamo, desiderosi di un significato che possa interamente abbracciare la nostra vita.
«Privi di meraviglia restiamo sordi al sublime». È possibile poter imparare a vivere colmi di meraviglia, resi oggetto di un cuore così di carne da renderci sensibili alla vita di ogni istante.
Sursum corda, che il viaggio abbia inizio!
di Iacopo Francavilla