«E se non puoi la vita che desideri»

Se mi si chiedesse per quale ragione scrivo e ne sono così appassionato, non avrei altra risposta che affermare quanto la scrittura sia per me l’unica possibilità di poter dare ascolto alla profondità del mio cuore. È da tempo che vado considerando la forza, così poco conosciuta e spesso vilipesa, del silenzio. Tutto quanto scrivo e vado riflettendo, è nel cuore del silenzio che trova la propria origine e la propria linfa vitale. Silēre, è il verbo dal quale proviene il sostantivo latino silentium; indica l’essere silenzioso, la tranquillità del proprio essere. Non è affatto scontato che “silenzio” sia sinonimo di tranquillità interiore. Quanto spesso lo si teme, rifuggendo la solitudine, per la mostruosa paura che affiori quell’irresolutezza esistenziale, che inevitabilmente coinvolge la nostra vita. Impauriti dalle nostre domande, spaventati dalla nostra umanità, è ben più facile immergersi in un viavai frenetico di incontri riempitivi, in un vortice caotico che possa astrarci, abs-trahĕre, trarci via, da noi stessi. C’è una bellissima poesia di Kostantinos Kavafis, greco d’origine, tra i maggiori poeti del primo triennio del Novecento, che nota con acume il rischio nel quale ciascun uomo, che non sia ben vigilante, possa facilmente inciampare: «E se non puoi la vita che desideri/ cerca almeno questo per quanto sta in te:/ non sciuparla nel troppo commercio con la gente/ con troppe parole e in un viavai frenetico. Non sciuparla portandola in giro/ in balìa del quotidiano gioco balordo/ degli incontri e degli inviti/ fino a farne una stucchevole estranea» [K. Kavafis, Per quanto sta in te]. Quale terrore mortale poter diventare estranei di se stessi, ignari del proprio io, perfetti sconosciuti dell’infinito mistero che ci abita.

«Che cosa pensate di voi stessi quando al mattino vi guardate allo specchio? Che sentimento avete di voi stessi?», chiesi l’anno scorso, durante una lezione, ai miei alunni di terza media. Fu un ragazzo, il più irrequieto e vivace della classe, a sorprendermi con la sua assoluta schiettezza e lealtà, non di meno sofferente, celere nel rispondermi: «io penso di essere uno scemo, prof». Mi avvicinai, gli posi le mani sulla testa, commosso. Avrei voluto abbracciarlo per comunicargli l’assoluto e infinito valore che è, non che ha. Si è un valore, non lo si possiede, per quanto tutto cospiri al farci credere il contrario. Merci di scambio, consumisti di relazioni, corrispondenti di parametri mediatici e sociali, che ora la falsa immagine ideale di sé – costruita sulla continua misura che viviamo tra noi e gli altri - e ora quanto gli altri ci addossano, altaleniamo tra l’esaltazione e l’assoluta recriminazione, disistima di noi stessi. Perché mai dovremmo valere? Qual è l’origine del nostro valore? Guardai David, «hai ragione», pensai.

Nella misura in cui manca una stima originaria - della quale non ne siamo minimamente artefici, bensì oggetti gratuiti - di noi stessi, che cosa forse potremmo obiettare in contrario? Ho cominciato ad amare il silenzio quando ho iniziato a guardarmi come un infinito valore. Ci fosse una ricetta, sarebbe l’applicazione di uno sforzo titanico della nostra volontà. Eppure, non lo è. È nel silenzio che si scopre d’essere infiniti oggetti d’amore. Siamo amati, pertanto possiamo amare. Bastassero poche parole, si avrebbe forse risolta la vita. Invece, tutto ciò che vale nella vita, lo si può teneramente dire coinvolti nella giovane o non più giovane stagione della vita, occorre scoprirlo nella carne e nel sangue del proprio essere.

Si guardasse attentamente il mare, si scoprirebbe che, mentre in superficie le onde sono agitate, là dove l’impetuosità della natura si sferza mostrando la propria forza vitale, nel fondo degli oscuri fondali marittimi alberga una silenziosa, discretissima quiete. Metafora esistenziale. Si individuasse la causa primaria per cui la nostra vita spesso diventi vittima del fluttuare delle onde irrequiete, «cime tempestose» in balia delle tempeste emotive (ansia, rabbia, stress, odio, invidia, gelosia, disistima, misura…), non credo che il frutto cadrebbe molto distante dall’albero del Pervasivo rumore (volessimo chiamarlo per nome), ramificato e capillarizzatosi nelle più remote fibre della nostra vita. «Senza gli ormeggi del silenzio, la vita è un movimento deprimente, una piccola e fragile barca, sbattuta di continuo dalla violenza dei flutti. Il silenzio è il muro esteriore che dobbiamo costruire per proteggere l’edificio interiore», sostiene Robert Sarah ne La forza del silenzio. Contro la dittatura del rumore.

Ricominciassimo ad assecondare il fascino della nostra umanità, che si svela misteriosa nel buio del silenzio, apparirebbe nell’orizzonte più prossimo l’alba di un nuovo sole. Quanti “ti amo”, quanti segreti, quante confidenze, pianti, promesse, quanti sospiri albergano nel cuore del silenzio. Forse, a ben guardarci, è solo nel silenzio che si disvela la vita e la possibilità di un nuovo e tenero sguardo appassionato di sé.

di Iacopo Francavilla

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«Privi di meraviglia restiamo sordi al sublime»