«Trump e quel filo messianico visto da pochi»

Fortunatamente, dopo la ferrea critica che Trump ha rivolto a papa Leone XIV, contestandone la debolezza e l’incapacità politica nella gestione della politica estera e affermando di esser stato la causa della sua elezione al soglio pontificio, c’è stata una espressione congiunta di tutti i fronti politici e non nel manifestare sostegno al pontefice e una presa di posizione decisa e compatta nel condannare le parole del presidente americano. Seppur occorra ricordare quanto Trump, da protestante qual è, non sia certamente soggetto all’obbedienza romana, criticando il pontefice quindi quale qualunque altro capo di stato, appare ormai chiaro quanto abbia completamente travalicato i limiti, oltrepassando interamente le misure del giusto equilibrio della diplomazia. Basti ricordare le ultime parole con cui, sempre sul suo Truth social – divenuto oramai microfono mondiale delle peggiori uscite, che di certo poco si confarebbero al presidente della prima democrazia occidentale –, il tycoon ebbe modo di invitare il regime iraniano a riaprire immediatamente lo stretto di Hormuz, trasformatosi nel giro di poche settimane in un palcoscenico mondiale, sopra il quale tutti i riflettori del mondo sono puntati, e a ragione: solo ieri il ministro Giorgetti ha rotto il ghiaccio affermando che, qualora la situazione dovesse continuare così, l’Italia rischierebbe certamente la recessione

«Aprite lo stretto, pazzi bastardi», sono state le parole pronunciate da Trump la Domenica di Pasqua, seguite da una minaccia di distruzione di una intera civiltà, a cui sono seguite interventi di specificazione relativi al fatto che non sarebbe stata impiegata alcuna arma di distruzione di massa, spiegazione resa necessaria a causa dei drammatici e apocalittici scenari globali. 

Nelle ultime ore Trump ha rincarato la dose, postando una foto generata dall’AI che lo vede in vesti messianiche trasmettere della luce sulla fronte di un malato. Nel frattempo, qualche ora prima, sull’aereo in viaggio verso Algeri, rispondendo alle domande dei giornalisti papa Leone specificava di «non guardare» al proprio ruolo quasi fosse «un politico» e di non voler «entrare in un dibattito con lui» [Trump, n.d.r.], contestando la strumentalizzazione religiosa volta a legittimare le proprie nefaste azioni criminali e violente, e chiosando l’intenzione di continuare a voler «parlare a voce alta del messaggio del Vangelo, quello per cui la chiesa lavora». Ma andiamo con ordine. Facciamo un passo indietro. È il 13 luglio 2024, mancano meno di 4 mesi alle prossime elezioni americane del 5 novembre, quando durante un comizio elettorale in una fiera agricola a Meridian (Pennsylvania), Trump fu oggetto di un attentato, da cui è stato inspiegabilmente risparmiato. Un cecchino a distanza cerca di neutralizzarlo. Ancora in vita inspiegabilmente, diremmo noi. «Dio mi ha salvato per fare grande l’America», dirà lui poco tempo dopo, e ancora: «mi piace pensare che Dio mi abbia salvato per uno scopo, ed è quello di rendere il nostro paese più grande che mai». Dopo l’attentato, gli immediati prospetti elettorali, mentre si temeva il ritorno della violenza politica in America, lo davano per favorito. Trump non ha esitato nel cogliere la palla al balzo, destando in conseguenza un maggior sostegno dell’elettorato MAGA, riconoscendosi investito di un preciso compito tanto sacro quanto politico. Tutto si innesta entro la consapevolezza di una elezione. «Dio mi ha salvato», furono tra le sue prime dichiarazioni. Da allora, dichiarando un incremento della propria fede, non ha mai smesso di confermare questo compito sacrale-messianico di cui si è riconosciuto portatore. 

20 gennaio 2025, Trump, con uno scarto consistente rispetto al contendente ed ex presidente USA, Joe Biden, si insedia per il secondo mandato quale 47esimo presidente degli States. 

10 febbraio 2025, 30 giorni dopo l’insediamento da presidente, con un ordine esecutivo istituisce l’Ufficio della fede della Casa Bianca. A guidarlo chiama Paula White, telepredicatrice e sua fidata consigliera spirituale. Con arguzia mediatica, l’annuncio fu concomitante alla pubblicazione di una foto presso lo Studio Ovale, che aveva dei richiami profondamente evangelici (a mo’ di ultima cena). La scena vedeva infatti Trump seduto dietro il grande scrittoio presidenziale, circondato da numerosi leader cristiani che pregavano con gli occhi chiusi invocandone la divina protezione. Tralasciando ora la personalità di Paula White, di cui ci sarebbe molto da dire, spostiamoci a distanza di un anno. 

28 febbraio 2026, l’America, a fianco d’Israele, compie alcune operazioni militari, colpendo nelle prime ore della mattina alcuni obiettivi militari all’interno del Paese e causando la morte dell’ayatollah Khamenei. Da allora Trump si è infilato in un vicolo cieco dal quale non ha ancora trovato alcuna via di uscita, a maggior ragione dopo il recente fallimento dei colloqui Usa – Iran avvenuti ad Islamabad, dai quali senz’altro J.D.Vance è tornato a casa profondamente indebolito, vedendo a rischio il sostegno alla propria possibile candidatura quale futuro 48esimo presidente degli States. 

5 marzo 2026, poco più di un mese fa, la scena si ripete. Il tycoon è nuovamente circondato attorno alla Resolute desk dello Studio Ovale da una ventina di pastori evangelici che pregano per lui: «preghiamo perché la sua benedizione continui e il suo favore restino su di te», afferma un pastore che guida il momento di preghiera per il presidente. 

26 marzo 2026, Pete Hegseth, segretario alla difesa degli Stati Uniti, prega in favore di una «travolgente violenza d’azione contro coloro che non meritano misericordia», in un discorso compiuto davanti al personale militare e civile del Pentagono.

Fine marzo, in un video registrato dalla Casa Bianca si vede la pastora Paula White che compie una serie di esorcismi su alcuni credenti, soffiando con i consueti modi scenografici protestanti sul microfono. Pochi giorni dopo, durante un pranzo di Pasqua alla Casa Bianca, la stessa White paragona Trump a Gesù Cristo, confermandolo nel suo ruolo sacrale. Testuali le parole: «poiché lui ha vinto [Gesù, n.d.r.], anche tu hai vinto. E credo che il Signore abbia detto di dirti questo, a causa della sua vittoria, sarai vittorioso in tutto ciò a cui metterai mano. Perché Dio è con te, e Dio ti sta usando per sconfiggere il male», affermazioni alle quali il tycoon annuì con un sorrisino compiaciuto. 

Non si può certamente passare sopra fatti del genere, quasi non avessero alcuna incidenza. Tutto ciò mostra altrettanto bene quanto la parabola trumpiana sia sempre più inscritta nel seno di una concezione sacrale e ierocratica della presidenza, che vede pertanto Trump legittimato nel presentarsi al mondo come salvatore, investito di un ruolo messianico. La società si è secolarizzata. Cambiano i linguaggi, vengono usati differentemente, ma i messianismi continuano. E certi conflitti, a discapito di tutto quanto si possa dire, traggono la loro legittimazione tanto in radici politico-economiche quanto in matrici profondamente religiose. Menomale allora che papa Leone non desiste dal richiamare il mondo intero e i responsabili delle nazioni alla pace, schierandosi contro la strumentalizzazione della religione usata a sostegno dei propri mondani potere, più o meno sacrali che siano. 

di Iacopo Francavilla

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«La sola pace desiderata»