«La sola pace desiderata»
Potremmo insistentemente affannarci, sostenendo la realizzazione dei più disparati progetti. E poi? Potremmo insistentemente spenderci, desiderando il raggiungimento dello sperato equilibrio esistenziale, e poi? Mindfulness, psicologi improvvisati, equilibristi del vivere, e poi? E poi? Che cosa in fondo è in grado di renderci l’unica e sola pace che dà certezza al cuore? Potremmo avere la vita umanamente risolta, abolite le nostre domande, preoccupazioni, pensieri e fatiche con cui ci apprestiamo quotidianamente a cominciare la giornata, ma, in fondo, che cosa è in grado di darci la sola pace ravvisabile in così pochi sguardi?
Sarebbe bello poter barare con se stessi, illudendosi di aver risolto ciò che vorremmo con tutte le forze estirpare dall’abisso della nostra umanità, eppure mai ci sono riuscito. C’è chi si impegna navigando nell’alcool, c’è chi sprofonda dentro il baratro delle dipendenze, c’è chi si ingabbia in rapporti affettivi tossici, dai quali sovente è difficile uscirne. C’è chi si annichilisce accomodandosi a qualsiasi richiesta espressa dentro qualsivoglia rapporto. C’è chi accondiscende a tutto e a tutti, dimenticandosi di sé. Quanti svariati modi vi sono col solo tentativo di darci quella pace che cerchiamo. E poi? Quando la sera, foss’anche al mattino, devi fare i conti con te stesso, unico individuo dal quale sei condannato a non poter scappare, che cosa ti resta se non un misero pugno di mosche marce?
Troppo spesso si relega la pace alla semplificata assenza di guerra. E quanti, tra i popoli che sono costretti a subire il sopruso dei violenti e dei potenti di turno, danno concretamente la vita per concedere la sperata pace ai propri posteri. C’è chi conosce bene il valore della libertà, dando la vita per la pace. Ma poi? La questione siamo noi. Sono io. Sei tu. Che cosa dà pace al mio cuore? Cos’altro c’è di più desiderabile che la pace del cuore? Quanti faticosamente faticano a guardarsi, mal sopportandosi. Non volendosi, non desiderandosi.
Quanto spesso ho assaporato la mancanza della pace del cuore, frammezzo fatiche umane che non mi risparmiavano, facendomi avvertire l’inesorabile dramma della libertà. Non c’è null’altro che più acutamente ho desiderato che la pace del mio cuore. Non ho mai domandato una pace melliflua, sentimentale, una irenica pace zen. La vita non è di certo fatta per l’equilibrio. Non perché lo dico io, ma va. Che cosa avrei da dire di convincente a tal proposito? Basta un minimo di attenzione verso la propria vita per accorgersene. Un imprevisto che ti rimette innanzi alla consapevolezza che la vita non è nelle tue mani è quotidiano.
Mi chiedo spesso tra i mille volti che incontro per strada, in università, tra i docenti, tra i famigliari, tolte le mille maschere pirandelliane che ciascuno quotidianamente indossa, sforzandosi di recitare il proprio ruolo per configurarsi dentro il proprio contesto sociale, quanti, dietro tutte le incrostazioni o barriere erette sopra il proprio cuore, possiedano la pace del cuore, la pace nel cuore.
Più vado avanti e più mi accorgo che da sé l’uomo non è capace di una tenerezza e un’affezione al proprio volto. Che io non ne sono in grado, senza continuamente ripartire dallo sguardo di chi gratuitamente mi ama, affermando il mio supremo valore, amandomi, prima che io cambi. E non è facile, non son di certo molte le presenze che portano con sé un simile sguardo. Quindi, non ho altro da cercare che la pace del cuore.
«Posso confessarmi?», sono stato una settimana fa, eppure ne riavverto il bisogno. Forse, basterebbe della psicoterapia per emanciparsi dal grave peso della colpa avvertita, eppure non è questo ciò che cerco. Credo che la confessione sia tra i sacramenti a cui maggiormente ricorro e alla quale mai mi sono accostato controvoglia, bensì sempre con l’intima gratitudine nel cuore di sapermi – sempre! – accolto, prima di tutto e di tutti. Ed è paradossale, umanamente parlando si penserebbe che quanto più si migliora tanto meno ci si accosterebbe a implorare perdono - non tanto perché sotto lo sguardo di un giudice a mo’ di big brother orwelliano pronto a farcela pagare appena svoltato l’angolo, quanto per poter riguadagnare la possibilità di ritornare ad amare, in modo libero -, invece è proprio l’opposto: più si avanza e più ci si ritrova mendicanti in ginocchio, domandando misericordia.
Il male è bastardo. Fa male, non solo agli altri – anche e soprattutto –, ma anzitutto ha una forza incatenante con se stessi: ti lega, con quella flebile voce che si insinua insistentemente recriminandoti i tuoi sbagli, le tue miserie, i tuoi limiti. «Non sei in grado», e poi «non cambierai, non ce la farai, non vali, sei sbagliato, fai schifo, non ti meriti nulla, non c’è nessuno che ti vuole, sei solo»; non occorre molto per accorgersi di quanto spesso questa voce prenda spazio nel nostro cuore. E non occorre cedere. Occorre lottare. Non è la voce della verità.
La pervasiva forza del male si esprime nella limitazione dell’amore. Il mio male limita la mia possibilità di amare. Il perdono allora non è una mera emancipazione dai propri sensi di colpa, per quanto molto spesso sia un fattore molto incidente per accostarsi al trono del perdono, chiamasi «sacramento della riconciliazione». Posso essere mille volte assolto dal mio male, eppure non lo si cancella dalla memoria come candeggina versata sulla macchia sporca del pantalone.
La forza inesauribile del perdono è la possibilità di poter essere riabilitati all’amore, proprio perché non c’è alcunché che abbia la capacità di ricattarci e di limitarci nella vita quanto il male che ciascuno personalmente e responsabilmente commette. Allora, di certo, possiamo invocare la pace globale, possiamo domandare la risoluzione dei conflitti mediorientali o alle porte della nostra Europa e a buona ragione, è giusto che lo si faccia. Ma bene attenti a non trascurare un particolare essenziale: la possibilità del cambiamento del mondo comincia sempre dal cambiamento di sé.
Non occorre quindi censurare il male, censurare il proprio male, illudendosi di poter essere in grado di farlo. Occorre solo avere l’intima certezza di poterlo affidare a chi è in grado di amarci per il bene che siamo e non per ciò di cui manchiamo. D’altronde questo è il supremo sguardo amoroso: “affermarti positivamente per ciò che sei e non per ciò di cui manchi”.
Qual è la pace che spera il nostro cuore? A ciascuno è chiesto di assumersi la responsabilità della risposta. Il dato si gioca sempre qui: vivere o sopravvivere? E dall’affrontare certe inestirpabili domande oppure dal decidere di obliarle, sottacendole, si gioca la risposta che desideriamo affermare. Qual è la pace che desideri?
di Iacopo Francavilla