«Spaventati di sé»

Non mi è mai mancato uno sguardo di stima personale, devo essere sincero. Ho sempre avuto uno sguardo capace di stimare quanto di buono mi è stato donato, ma non cieco di fronte ai miei limiti e a tutta quella mancanza di amore che – purtroppo – domina grandi frangenti della vita. Forte, robusto, determinato, sicuro, strutturato, composto, con un certo tratto di personalità. Molto spesso frutto di una immagine idealizzata di me stesso, che simulava una vera accettazione e pacificazione delle mie fragilità, che, comunque sia, mai mancano a ricordarci la nostra vera condizione di esseri vulnerabili, vulnus, esseri cioè feriti. Cioè, essere feriti.

Spesso, feriamo quanto siamo feriti, rivestendo l'altro di immagini, di pretese, soffocandone quindi la sua datità, il suo essere “dato”, dono per noi. Ma non solo, siamo altresì grandi artefici di ferite a noi stessi. Chissà poi per quale ragione. Droga, possesso, alcool, gelosia, invidia, rancore, ira, rabbia, tristezza – e non parlo della santa tristezza che abita il cuore umano –, lussuria, omicidi, adulteri, furti, quanto potrebbe andare avanti a lungo la lista. È ben più facile soffermarci sull’interminabile lista del male, che attestarsi e documentare a noi stessi la presenza del bene. Eppure, si tratta di decidere dove guardare. Ad ogni istante. Ciò che guardi, piano piano, inizia a forgiare la tua identità. Tu sei ciò che guardi. O ancora meglio, tu diventi ciò che guardi.

Sant’Agostino diceva che il bonum diffusivum sui est, il bene cioè è diffusivo per se stesso. Quanto più lo si segue e tanto più osmoticamente si comunica, cominciando ad imprimersi dentro le fibre della propria pelle. Ma non basta. Ahimè, permaniamo segnati da una libertà e da una umanità ferita. Passione, mi ha sempre affascinato la polivalenza di questa parola. Patisce chi ama, ma solo chi patisce vive. Ed è sempre per una passione che l’uomo si muove.

Quod amplius nos delectat secundum id operemur necesse est, l’uomo si muove secondo ciò che maggiormente lo diletta, cioè secondo ciò che lo appassiona. Tuttavia, muoversi è una fatica. E muovendosi si soffre. «Questo affannoso e travagliato sonno che noi vita nomiam, come sopporti Pepoli mio? Di che speranze il core vai sostentando? In che pensieri, in quanto o gioconde o moleste opre dispensi l’ozio che ti lasciar gli avi remoti, grave retaggio e faticoso?», chiedeva in una struggente poesia Giacomo Leopardi intitolata Al conte Carlo Pepoli.

Quante volte mi è risuonato tintinnante a mo’ di ritornello interiore l’esergo leopardiano: ma di fronte l’inevitabile e apparentemente inarrestabile forza pervasiva del male, che cosa sostiene la speranza del mio cuore? Sopravvivere è facile, è vivere che è un altro paio di maniche. Dal mattino in cui mi alzo frettolosamente o ancora indugiante nel sonno mentre il timido albore prende possesso del cielo, per che cosa vivo? Insomma, per quale passione sono disposto a muovermi? Se per passione si patisce, il vivere è solo per chi ne è appassionato.

Chissà mai per quale arcana ragione siamo sempre prossimi a scappare da noi stessi. Poi però accade di scoprirsi vulnus, di scoprirsi feriti. Forte, valoroso, determinato, sicuro, certo… poi un treno ti sbatte in faccia, corre, accelera, carico di vagoni, scappi, ti nascondi rintanandoti, suona il fischio e poi “bumm”; sei costretto a guardarti come mai prima ti eri guardato. È accaduto anche a me. Ho dovuto fare i conti con la scoperta carnale della mia vulnerabilità, dalla quale, indarno, mi ritenevo protetto. Idealizzandosi, si vuol sempre nascondere, obliterare, mettere sotto il tappeto qualche parte di noi. Ma l’umano che è in noi non smette di ribellarsi. Sessanta, settanta, ottanti battiti al minuto, cinquanta per i fortunati bradicardici, il cuore non smette di chiedere di essere guardato. Abili spostatori di sguardo, desistiamo.

Perché mai dovremmo guardarci? E se scoprissi che…? Appesi al filo della sospensione, scappiamo dalla vita, mentre il cuore mendica di essere guardato, ascoltato, fasciato nelle proprie ferite, non solo quelle che ci infliggono gli altri, bensì soprattutto in quelle che con maestria infliggiamo a noi stessi. Più del male subito o che posso subire, ciò che personalmente mi spaventa con maggiore acume è la possibilità di tutto il male che posso compiere. Chi mi salva dalle mie ferite? Chi è prossimo a imbalsamare la purulenza della mia umanità? Il conto arriva per tutti e sei chiamato: appassionarti o disperarti? «Un’intera nottata/ buttato vicino/ a un compagno/ massacrato/ con la sua bocca/ digrignata/ volta al plenilunio/ con la congestione/ delle sue mani/ penetrata/ nel mio silenzio/ ho scritto/ lettere piene d’amore/ Non sono mai stato/ tanto/ attaccato alla vita», scriveva Ungaretti sul fronte della Prima Guerra Mondiale. Come si può esprimere il proprio attaccamento tenace alla vita, immersi nel pieno dolore dell’esistenza?

Forse, è nel particolare e singolare dolore che tocca la nostra esistenza – strana legge dell’esistere – che la vita può ricominciare e ricomincia. Non esiste il dolore. C’è la singolarità di un uomo che soffre, di un padre che piange, di una madre in angoscia, di un giovane dolorosamente intento a scoprire il proprio posto nel mondo . Si nasce, piangendo. Si impara, faticando. Si ama, soffrendo. Il dolore è insomma un’altra faccia dell’amore, ed è nel dolore che la vita è chiamata all’esistenza.

Gesù ne parlava di quella strana legge, affermando che occorra che il chicco di grano caduto a terra muoia, per portare frutto. Non si è di certo padroni del proprio dolore, soprattutto di quello subito, però qualcosa occorre dirla. Sei solo tu che puoi decidere che cosa fare della tua sofferenza. Disperarti o appassionarti. Chiuderti o inginocchiarti. A noi resta l’umano grido. Il grido che la vita risponda, che il Mistero ci porti per mano.

Forte, tenace, impavido, poi la vita ti chiama all’appello e scoprendo la tua vulnerabilità puoi riscoprire – e mendicare, inseguendo – quanti nel dolore ti fanno compagnia, condividendolo con te. Correva solo qualche mese fa. La abbracciavo, guardandola. Mi trovai improvvisamente commosso. «Sono stati mesi difficili, per la scoperta della mia fragilità, per l’affiorare della mia umanità intera e per aver scoperto che anch’io sono ferito, partecipe di questa umanità ferita. Ma ti guardo e ci sei. E scopro che il buon Dio non mi lascia solo, neanche per un istante. E tu sei la Sua mano». Una strana, non di meno faticosa, ma infinitamente appassionante avventura diventa la vita quando si è tesi nello sbrogliare la matassa, la cui trama è stata fissata da un Altro. La si può scoprire, la si deve scoprire allora. Insieme. Non c’è altra via che una comunione vissuta con qualcuno per iniziare finalmente a vivere, consapevoli di sé.   

di Iacopo Francavilla

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