«Tra Nigeria, Myanmar e Ucraina: intervista al fotografo Carlo Cozzoli»
Sabato mattina. Ci incontriamo alla Fondazione Ambrosianeum di Milano. Sono rimasto incuriosito dopo aver letto un articolo con tanto di documentazione fotografica relativa alle nefaste persecuzioni dei cristiani e alle atrocità a cui il popolo nigeriano è costretto a sottostare. Pertanto, decido di raggiungerlo. Vengo a conoscenza della mostra fotografica Fede e Guerra, esposta all’Ambrosianeum fino al 6 aprile. Mi incontro così con Carlo Cozzoli, classe 1993, uno dei quattro fotografi che ha preso parte alla costruzione della mostra, promossa dal collettivo Memora, volta ad indagare l’intrecciato rapporto tra fede e guerra. La mostra si concentra nel raccontare la realtà di cinque aree geografiche: Siria, Libano, Armenia, Nigeria e Myanmar, ultime due delle quali vedono l’esposizione delle fotografie di Carlo.
Carlo Cozzoli, classe 1993, cominci la carriera come fotografo professionista nel 2014, giusto?
Sì, all'incirca sì. Dapprima ho iniziato facendo lavori più commerciali di fotografia con uno studio. Facevo molti eventi di reportage, il che mi è sempre piaciuto. Pertanto, parliamo di fotografia più “istintiva”, poi, nel tempo, ho capito come avvicinarmi un po' di più al mondo dei giornali e al quello dei ‘reportage’. Quindi, durante manifestazioni di strada ho letteralmente incontrato altri fotografi e quando si è liberato un posto in un'agenzia sono riuscito ad entrarvi. È stata un’ottima scuola, perché devi imparare a fare le foto veloci, inviarle subito e gestire comunque le persone che incontri per strada. Non tutti capiscono.
Successivamente, da lì ho fatto circa cinque anni con le agenzie; cinque o sei anni prima con La Press, poi con Fotogramma e dopodiché ho cercato di distaccarmi il più possibile, proprio nel momento in cui arrivò il Covid nel 2020. Siccome allora lavoravo con l'Agenzia Fotogramma avevo molta più libertà, nel senso che dovevo andarmi io a cercare le storie e poi proporle. Attraverso il Covid fu in un certo qual modo la storia che arrivò da me, perché il Covid iniziò in Cina, poi giunse in Italia e quindi in altri paesi. Allora tutto il mondo aveva l'attenzione sulla zona di Bergamo e sui paesi limitrofi; a partire da ciò mi sentivo realmente spronato nel costruire reportage: come riuscire ad entrare con gli operatori nelle case o negli ospedali? E quindi lì ho compreso come funzionano queste dinamiche. Dopo il Covid ho capito un po' di cose, poi è iniziata la guerra in Ucraina nel 2022 e ho deciso di partire il secondo giorno con un altro ragazzo. Da lì siamo stati praticamente sei mesi in due villaggi e quella è stata un'ottima scuola perché, ad ogni modo, ti ritrovi in un paese invaso da una nazione e per cui di storie ne hai tantissime. Di ritorno dall’Ucraina ho deciso di lasciare le agenzie e ho provato a cominciare a fare io le storie, proponendole, nel mentre facevo comunque anche lavori più commerciali.
Come è nato poi il progetto Memora?
Il progetto di Memora [collettivo di fotografi, N.d.R.] è nato da una cosa molto semplice. Quando vai in questi posti di guerra devi avere degli accrediti. E noi dovevamo cercare un modo per farceli da soli. Devi creare quella cosa, documentare quella realtà in modo da corrispondere ad una particolare prospettiva, non è che io vado lì, faccio le foto e tanti saluti. Cioè, deve essere un progetto più costruito, quindi è nata l'idea di mettere più energie dentro una realtà quale quella di Memora, dove avevamo la possibilità di valorizzare le storie che documentavamo, non abbandonandole al tempismo delle news o della cronaca.
E poi, questa passione documentaria?
Per me la fotografia è un linguaggio, e io mi ci trovo bene. E credo che la ricerca che anima la tensione fotografica debba sempre essere una ricerca che vada oltre la storia che si sta raccontando, in parte deve anche essere una ricerca personale. Cioè, ci devi mettere quel "qualcosa” e a me è sempre piaciuto; anche quando ero piccolissimo e andavo in vacanza con i miei genitori, quando tornavo avevo il desiderio di raccontare, documentando, ciò che avevo visto. È una passione che in un certo modo ho sempre avuto dentro.
[Carlo Cozzoli, fotografo]
Nel 2017 hai realizzato un progetto a lungo termine che voleva indagare l'origine delle religioni nel mondo intitolato One God, che poi è andato in esposizione a Parigi…
Infatti, di quello ho fatto diverse storie. Però, appunto, era una ricerca personale. Comunque, io da agnostico ero interessato nel cercare di trovare quei punti di unioni che collegano varie religioni, partendo dal cristianesimo; era un po' anche una scusa per raccontare qualcosa che mi dava la possibilità di viaggiare molto e che potesse conseguentemente confluire in un progetto. Poi, da lì forse è maturato qualcosa di più del mero linguaggio fotografico, ma è stato coinvolto anche il mio modo di pensare, che ho cercato di mettere dentro le storie, che mi ha spinto altresì ad intraprendere un viaggio come quello in Nigeria.
Che cosa hai scoperto al termine dell’indagine?
Niente di particolare, non ero tanto intenzionato a scoprire chissà che cosa. Era più una ricerca personale e una ricerca sul tipo di fotografia che stavo cercando, cogliendo quindi la palla al balzo e potendo fare qualche cosa che mi incuriosisse. Però posso dire che ho scoperto come molte religioni, molti credi, molti rituali, molte cose comunque sono condivise, vengono forse dalla stessa radice. Anche se ciò che personalmente mi affascina maggiormente è l’uso strumentale che se ne fa della religione, spesso per convincere o per orientare le persone a dei particolari tipi di scelte.
E quindi hai cominciato, prima hai visitato numerose realtà e poi sei approdato in Ucraina.
Sì, l'Ucraina è venuta dopo. Però, per farti comprendere, il nome di Memora lo abbiamo deciso durante le manifestazioni di Parigi. Occorreva trovare un nome da dare al progetto e non sapevamo come fare, allora abbiamo pensato fosse utile poter andare alle manifestazioni di Parigi con la speranza che lì, tra qualche scatto, potesse sorgerci un’idea. E da lì l’idea è nata. Ci siamo poi spostati a documentare le alluvioni in Romagna; credo che oggigiorno sarebbe interessante raccontare anche l'Italia attraverso i numerosi disastri che la coinvolgono e questo è un progetto che magari in futuro vorremmo fare. Però, la nostra preoccupazione è quella di mettere appunto sempre al centro la persona nelle storie che andiamo raccontando.
Questa, infatti, è una parte che mi ha molto colpito, soprattutto pensando alla preoccupazione centrale che il giornalismo, nella misura in cui non voglia ridursi ad una mera trasmissione di informazioni e di dati, dovrebbe avere nel mettere al centro la persona. Guardando numerosi scatti del progetto Memora – e penso al modo in cui tu hai potuto documentare realtà dolorose quali il Nigeria o il Myanmar – mi è immediatamente sorta una domanda circa il dolore e la possibile “bellezza” incontrabile frammezzo realtà così profondamente segnate dal male. Se dovessi raccontare una storia particolare che ti ha colpito, impressionato, penso in special modo alla Nigeria, che cosa racconteresti?
Di situazione particolari penso forse a Pulka in Nigeria [città nigeriana nello stato del Borno, attualmente uno dei più grandi campi profughi dell’Africa subsahariana, N.d.R.] dove vivono moltissime donne abbandonate, anche dalle comunità internazionali; ti accorgi che là dove molte persone o enti no profit affermano di essere presenti concretamente non lo sono. Per cui tu, leggendo, dici “chissà che cosa hanno là?!”, mentre quando vai vedi che l’ospedale ha una lamiera come tetto, per esempio, con le galline sotto il lettino, la donna malnutrita sopra e una scimmia legata fuori pronta per essere mangiata dai dottori. E magari quella è la sede di qualche importante organizzazione. Quindi ti interroghi su dove finiscano tutti i soldi che raccolgono. Cioè, quello è qualche cosa che forse mi tocca di più, perché ti accorgi che umanamente non hai speranze, e nella tragedia accade un cortocircuito, perché tu da fotografo dovresti cercare la “bellezza estetica” attraverso la fotografia, in una cosa che di per sé è negativa, quale la cicatrice di una persona. Devi fargli la luce col flash. È una roba che comunque se ci pensi ti lascia interdetto, per quanto io non ci penso mai nel momento, bensì spesso dopo. Anche, per esempio, in Nigeria, beh una cosa che poi da maschio mi ha toccato particolarmente è stato incontrare molti ragazzi castrati, che mi mostravano il segno dell’amputazione. E io dicevo: “no, non mi interessa farti la foto così”. Però l'Africa è un posto in cui una volta che hai il consenso puoi fare di tutto, cioè loro ti abbassano i pantaloni e tu li puoi fare la foto. Penso poi in particolare alla storia di un signore ucraino. La prima foto che ho scattato arrivato in Ucraina è quella di un anziano che raccoglieva da una pozzanghera dell’acqua piovana per scaldarla e poi berla. Questo signore non voleva abbandonare la sua città, per quanto se fosse andato a 30 km più in là rispetto la città avrebbe potuto comprare del cibo in autogrill. Ma lui, pervicace ottantottenne, voleva rimanere lì. Era un architetto che aveva costruito la città, l’aveva vista nascere e adesso l’aveva sotto i propri occhi distrutta, pertanto non voleva andarsene. Prova ad immaginare un simile contesto, dove non puoi camminare nemmeno in mezzo alla strada, in quanto è pericolosissimo tanto è alto il rischio che cadano colpi d'artiglieria ogni tre secondi. E lì, nelle strade, vedi questi stormi di uccelli che non si appoggiano mai, continuano ad abbassarsi e a rialzarsi con questo cielo. Altrimenti, penso alla scena di un prete di Kerson [città dell’Ucraina meridionale, N.d.R.] che aveva vissuto l'occupazione da parte dei russi, presa per un anno e poi di nuovo liberata dagli ucraini. E lui, siccome aveva aiutato l'esercito ucraino, venne torturato, costretto a bere solo vodka e sottoposto alla scossa elettrica. In situazione del genere in cui da fotografo devi fare un ritratto che trasmetta quella roba lì, come un osservatore esterno, senza farti legare troppo dall’empatia, ma allo stesso tempo avendola per potere far emergere i dettagli, accade una specie di cortocircuito.
IDP Camps in Pulka Town ©REACH/2018
Dicevi che il compito di un fotografo è quello di ricercare la bellezza, eppure io penso che tu possa documentare numerosissime storie di dolore essendo stando sul fronte in Ucraina, in Nigeria, in Myanmar tra i guerriglieri nella jungla… È possibile poter incontrare della bellezza in mezzo al dolore?
Sì. Penso soprattutto alla fase iniziale del Covid, quando ancora non c’erano tutte le nefaste conseguenze psicologiche che hanno colpito poi, trovavi molta più umanità in quelle situazioni lì di dolore. In qualsiasi posto di guerra c'è molta più umanità che qua. Noi qua stiamo bene per cui la tentazione di addormentarsi e di cedere all’apatia è molto più semplice.
[per chi desiderasse approfondire, nel 2023 Carlo ha realizzato un lavoro sulla salute mentale degli operatori sanitari: https://www.lifegate.it/longform/prenditi-cura-di-me-la-salute-mentale-degli-operatori-sanitari-dopo-la-pandemia]
Cosa ti dà speranza vedendo una storia di tanto dolore?
Mi dà speranza il fatto che è possibile incontrare la bellezza nelle cose semplici. La vita continua, cioè quell'aspetto umano – il dolore – esiste. Però, non penso di avere altra speranza. Credo più nelle cose che accadono e forse lì mi rifugio di nuovo in quella cosa vista, usando la fotografia come sguardo sulla realtà, come linguaggio per captare ciò che incontro. Per cosa dovrei avere speranza?
Molte persone che passano alla mostra, giustamente, sono pacifiste, nel senso che affermano il “no” alle armi all’Ucraina, per esempio. Però poi, nel pratico, come fai a risolvere certe situazioni? Cioè, anch'io vorrei essere speranzoso e poter finalmente dire di no alle guerre e proclamare la pace nel mondo, eccetera. Però, in molti casi non esiste una possibilità unica di dire “basta, pace! non facciamo la guerra!”.
Forse il conflitto fa parte proprio della natura dell'uomo.
Esatto, cioè quello c'è di fatto, sì, amore e guerra fanno parte della natura umana. Certo. E comunque, una volta ne facevano anche molto di peggio, forse.
Tra le realtà viste qual è quella a cui ti sei maggiormente affezionato e perché?
L'Ucraina. Perché anche da un punto di vista culturale sono più vicini a noi. Non per altro. Però te li senti tu più vicini, cioè hai più empatia, se non altro proprio per vicinanza, no? Sì, penso proprio l'Ucraina, ma poi dipende dalle persone.
Perché secondo te ha senso potersi interessare anche di storie così distanti geograficamente o di realtà che noi quotidianamente non toccano?
Ormai il mondo è tutto interconnesso, quindi quando c'è una roba che accade dall’altra parte del mondo può darti un esempio di un modo di fare o di un modo di vivere anche a noi che abitiamo lontani, oppure certamente ti fa meglio comprendere le diverse dinamiche geopolitiche. Per esempio, se non ci fossero le aziende italiane che aiutano ad autocostruirsi le armi in Myanmar probabilmente la giunta militare avrebbe molta meno forza. Però magari questo aiuto che loro danno all'esercito del Myanmar è anche un accordo o un favore concesso ad altri paesi europei, oggigiorno è tutto così interconnesso che è impossibile parlare di un paese senza parlare di un altro.
di Iacopo Francavilla