«Cosa te ne fai di quello che desideri?»
L’etimologia è oramai nota ai più, probabilmente più scarna ne è un’esperienza cosciente, per quanto l’uomo è un essere desiderante per natura. Dal momento che la novità è il fascino contenuto dentro la verità – del vero, infatti, non ci stanca mai e lo si sorprende sempre come qualcosa di perennemente nuovo, chi ama ciò lo sa bene –, le cose più essenziali e importanti della vita non basta apprenderle, è necessario continuamente ricordarle, re-cordis, portarle cioè assiduamente al cuore, per sentirle sempre come nuove. Siamo oramai una generazione figlia interamente della tecnica e basta leggere qualche notizia che proviene dall’oltre oceano orientale, laddove sporadici uomini e donne celebrano matrimoni con l’intelligenza artificiale, per poterne constatare l’inarrestabile verità. Eppure, ciononostante, la suggestione, lo stupore e la nostalgia che ci pervade guardando un cielo stellato non è di certo eguagliabile a qualsivoglia apparecchio elettronico, foss’anche l’ultima espressione riuscita della potenza più tecnologica. Cosa c’è di così arcano da farci sorprendere e avvertire con così tanta corrispondenza la bellezza della volta celeste?
«Sono stanco di desiderare», quante volte mi è capitato in certi dialoghi di trovarmi di fronte ad una simile espressione, che nascondeva il dolore, più o meno esplicito, per una incompiutezza esistenziale, per quell’inquietudine che Agostino aveva individuato come cifra propria dell’uomo. Custodisco ancora impresse le parole di una mia vecchia alunna, la quale, provocata, mi confidò che avrebbe voluto essere un sasso, così da non dover più soffrire per i propri desideri.
Quanti vivono una forma depressiva conoscono bene l’apparente spegnimento del proprio desiderio, arrivando drammaticamente a dirigere la prua della propria esistenza verso la morte, considerata – paradossalmente – come compimento di un bene non reperibile nella quotidiana esperienza cui sono soggetti, la quale non sembrerebbe recare altro che «tristezza e noia», condannando la vita al «travaglio usato» nel quale «ciascuno in suo pensier farà ritorno», come poeticamente espresso da Leopardi ne Il sabato del villaggio. Pertanto, se il desiderio è ciò che getta l’uomo davanti a sé, nella strenua rincorsa dell’oggetto desiderato, nella patologia depressiva si ha come «una malattia del tempo: in essa la dimensione temporale dominante è quella del passato (del passato della colpa, del passato come nostalgia e come rimpianto, del passato proustianamente vissuto e trionfalizzato) che non ha se non brecce di speranza, e cioè di futuro, dinanzi a sé», evidenziava acutamente il grande e compianto psichiatra Eugenio Borgna nel suo Elogio della depressione.
Se la dinamica del desiderio non può svincolarsi da quella del tempo, poiché il desiderio si inscrive in un tempo, che noi abitiamo, e ci getta in un tempo prossimo verso il quale ad-tendiamo, protendiamo, la realizzazione dell’oggetto sperato, occorrerebbe guardare al rapporto sovente angoscioso, frenetico, e incapace di sostare nell’hic et nunc, che abbiamo con la dimensione temporale per meglio prendere consapevolezza di che cosa ne facciamo del nostro desiderio. È infatti nello spazio del tempo che affermiamo quanto desideriamo; ed è soltanto il tempo che ne misura la verità e la pervicacia che abbiamo nell’apprendere l’oggetto agognato.
A onor del vero, occorrerebbe una debita distinzione tra la dimensione del desiderio e quella del bisogno, oggigiorno così facilmente equivocabili. Possiamo così meglio chiarirne sinteticamente i termini, circoscrivendo il binomio bisogno-desiderio all’interno della sfera della mancanza. Se il bisogno nasce da una mancanza e pertanto la sua risoluzione avviene nel godimento dell’oggetto mancato, il desiderio invece la genera. Massimo Recalcati, psicoanalista milanese noto ai più, lapidariamente tematizza la dinamica sopracitata sostenendo a proposito dell’amore: «”mi manchi perché ti amo”, non “ti amo perché mi manchi”»; cioè, è il desiderio che introduce in noi il dato della mancanza, sicché ci manca ciò che desideriamo e non viceversa. Ma non solo, come analizzato da Silvano Petrosino ne Il desiderio. Non siamo figli delle stelle, la grande distinzione tra i due termini riguarda l’essenziale impossibilità di essere colmato dell’uno e la saziabilità dell'altro, sicché, mentre del bisogno il soggetto ha un preciso sapere, sa ciò di cui abbisogna, invece, del desiderio l’uomo non ha piena coscienza di ciò che possa mancargli. Basta una minima attenzione alla propria esperienza per accorgersi di quanto costantemente il desiderio sia deluso, ottenuto l’oggetto mancante. Pertanto, precisamente, l’uomo è strutturato da una mancanza ontologica, cioè attinente alla natura del proprio essere, della quale, però, non possiede una piena consapevolezza della fisionomia di ciò che possa soddisfarla.
Per quanti desiderano poter meglio approfondire la dinamica soprascritta, consiglio vivamente l’ascolto di una lectio tenuta da Recalcati nel 2020 al Festivalfilosofia:
Non sono di certo un etimologista, tuttavia stimo e cerco di coltivare il fascino celato dentro le parole, le quali non sono vuote contenitori – per quanto sia così facile svuotarle di senso –, ma indicatrici di una profondità cui la vita è costellata. Desiderio, indica la percezione di una lontananza dalle stelle, de-sidera; sidus, sideris è il termine latino per indicare stella. La particella de- potrebbe forse indicare l’esperienza di una lontananza, di una nostalgia che l’uomo comunque avverte, una nostalgia di stelle.
Occorre guardarsi all’opera per cogliere i tratti costitutivi di noi stessi, il che non è certamente facile e, ancora di più, richiede una lealtà umana che presuppone anzitutto una grande affezione verso di sé. Mio padre, del quale conservo, continuando a goderne, una continua provocazione alla bellezza, mi ha sempre ripetuto una frase lapidaria, molto spesso oggetto non tanto di speculazioni intellettuali, bensì di una carnale scoperta nel tessuto della mia esperienza di vita: «è più facile essere coerenti che leali con sé».
È sufficiente un minimo gesto di attenzione a se stessi per poterne cogliere la profonda verità. Credo che siano pochi gli ambiti che suscitino in noi un entusiasmo e una immediata adesione quanto quello del desiderio. Infatti, affermare quanto desideriamo è la possibilità di poter meglio esprimere la profondità della nostra personalità. Proviamo a pensare a che cosa rimarrebbe di noi qualora dovessimo essere sradicati, tolti dalle radici dei nostri desideri: né più né meno saremmo assimilati alla mera dimensione animale, condividendo con quest’ultimi bisogni elementari, soddisfatti i quali ci garantiremmo di vivere. Esistere però è ben altro che il mero vivere. L’animale vive, l’uomo esiste. Laddove col termine esistenza indichiamo la coscienza che l’uomo ha dello scopo e del valore della propria vita, cosa sconosciuta alla specie animale.
Quanto spesso abbiamo modo di interfacciarci con le continue analisi sociologiche, le quali unanimemente tematizzano l’atrofia che coinvolge la generazione pù giovane. Di ciò, reputo essenziale trattenere l’urgenza educativa, che qui voglio esprimere come un’urgenza del desiderio. Smarriti i punti di riferimento, emancipatisi dall’autorità non più riconosciuta, immersi nella società dei senza padri – tutto ciò che a torto o a ragione tematizzano le suddette analisi -, credo sia solo una presa di coscienza decisa e appassionata di quanto desideriamo e della sua natura che ha in sé la capacità di poter essere nuovamente un fattore di costruzione generativo. Pensiamo alla capacità generativa e di mobilitazione della nostra persona che ha il desiderio, correttamente inteso e vissuto.
Quale immane mistero è per l’uomo l’affezione a sé. «Io mi voglio un bene infinito», mi disse un giorno una persona a me molto cara. Quanti potrebbero ripetere lo stesso? Quanti potrebbero esprimere e gridare la passione infinita per la propria vita? Quale fisionomia e protagonismo assume la vita di un uomo certo dei propri desideri. La domanda mi pare allora conseguente, e chiedo di non potermici sottrarre: che cosa ne facciamo di quanto desideriamo? Ma anzitutto, nel profondo e nella verità più intima di noi stessi, più che confrontarci con ciò di cui abbiamo bisogno, converrebbe instancabilmente domandarci: «che cosa desidero?».
di Iacopo Francavilla