«Di’ chi sei, cioè di’ di chi sei»
Mi chiamo Iacopo Francavilla, ho 23 anni e sono cristiano. Non ho di certo mai cominciato una presentazione in un simile modo. Tuttavia, quanto sarebbe infinitamente bello potere anzitutto affermare la propria appartenenza, ancor prima di qualsiasi cosa si possa dire di sé, stimandosi o meno. Quando i primi cristiani cominciarono ad essere definiti tali, vennero identificati come «quelli di Cristo»; è ciò che per l’appunto l’aggettivo o sostantivo designa. Qual è la coscienza della propria appartenenza? Per quanto spasmodicamente si cerchi di rivendicare a tutti i costi la propria autonomia, l’uomo non può fare a meno di appartenere. «L’uomo non può vivere senza inginocchiarsi davanti a qualcosa. Se l’uomo rifiuta Dio, si inginocchia davanti a un idolo», affermava quel grandissimo genio umano e letterario che fu Dostoevskij.
Ora, qui ci si trova dunque davanti al crinale della propria libertà. Ciò a cui consegni la tua vita, è ciò che inevitabilmente la informa, è ciò che le dà l’ampiezza desiderata, è ciò che la regge, sorregge e corregge. Allora, questo è il punto dove sorge il dramma della libertà: la deliberata scelta di decidere a chi appartenere. C’è un’appartenenza che di certo è ontologica, non siamo venuti al mondo chiedendo il permesso e, salvo tragicissimi casi, non comandiamo la nostra dipartita, semmai la subiamo, anche qualora affermassimo una istanza tragica quale è il suicidio, che ha sempre come ultimo scopo – paradosso pascaliano – la ricerca di un bene, la ricerca della felicità. E poi, c’è una appartenenza che è l’appartenenza decisiva della vita e che coinvolge pertanto tutta la nostra intelligenza, tutta la nostra ragione e tutta la nostra libertà: chiamasi affezione. Quanto spesso la si è dipinta melensamente, alla stregua di uno sdolcinato sentimentalismo. Una parola da baci perugina, in fondo. Continuo a rivendicare, non di certo per uno sterile eruditismo, che manco mi appartiene, a dire il vero, l’assoluta necessità di riguadagnare il significato originario delle parole. Le parole non sono nate prima dell’esperienza, bensì caso mai la seguono. Eppure, credo che oggigiorno un dramma non indifferente sia non avere le parole adeguate per descrivere quanto si vive. Alessitimia, dal greco a- lexis e thymos, mancanza di parola e di emozione, è un termine psico-scientifico, volto a designare l’incapacità del soggetto di descrivere le proprie emozioni, sentimenti o sensazioni, mancando di parole adatte ad esprimerle. Pertanto, se non si è attenti all’esperienza che si compie, come del resto nella vita intera, il dramma, o meglio, la tragedia a cui inevitabilmente si va incontro è che il significato della vita, il significato di ciò che viviamo, non da ultimo, il significato stesso delle parole, sarà riempito da altro, da altri. Dai media, dai social, dai benpensanti della società. Non basta molto per accorgersi, basterebbe fare un sondaggio.
Mi divertivo sempre, insegnando, a stanare le false convinzioni inflazionate e a cui si aderiva senza un minimo di criticità. Pertanto, a mo’ di esempio, domandavo che cosa rendesse davvero felici. I soldi mi si rispondeva. Che cosa fosse l’amore. Una mera riduzione alla sola componente sessuale, fagocitati quali erano da uno smodato uso della pornografia, di cui Dio solo sa i danni ch’essa produce. Che rapporto ci fosse tra la libertà e la dipendenza. Antinomici, contrapposti, contradditori. Ma è vero? Questo è il dramma contro cui occorre vigilare, ragione per la quale ho sempre stimato le personalità anticonformiste. Non tanto per una stima oltremodo verso l’anarchia tout-court, per quanto conservi un elemento di indubitabile fascino – l’anarchico è colui che infatti è intento nell’affermare se stesso all’infinito, svincolandosi da tutti e tutto, e nel nostro spirito, audace rivendicatore di un malato principio di autonomia, il fascino che l’anarchia porta con sé è avvertito quale il profumo della torta della nonna –, quanto più per la difesa a non lasciarsi inglobare dal sistema, dalla società globalizzata della massa, che detta desideri e consumi, consegnandoci ciò che apoditticamente e acriticamente, il più delle volte, riceviamo come significato della vita. L’ideale del benessere, della bella casa, della bella macchina, della bella donna, di un buon sesso, di un buon conto corrente, non è forse l’ambizione intimamente sperata dai più, noi compresi? «Ahi serva Italia, di dolore ostello, / nave senza nocchiere in gran tempesta, / non donna di provincie, ma bordello!», inveiva Dante nel VI canto del purgatorio.
Basterebbe mettere il proprio nome per lasciarci provocare da una simile ammonizione. «Nave senza nocchiere». Un caro amico, della cui amicizia sono quotidianamente rinfrancato, mi ha sempre ripetuto che «occorre cedere alla compagnia il diritto di cambiarci». Epidermicamente, parrebbe come un eccesso. Ma a chi concedi il diritto di cambiarti? Da chi ti lasci mettere in discussione? A chi, nel gran frastuono delle onde tempestose della nostra vita, affidi la compagnia della tua vita?Cum- panis, colui con cui spezzi e condividi il pane, il senso della vita.
Non occorre di certo impelagarsi nelle nefaste prime pagine dei giornali, avidi di cronaca nera, per riconoscere quanto la nostra vita sia abitata da venti tempestosi. Una malattia. Un figlio difficile da gestire. Una figlia malata. Un lutto famigliare. Un dolore personale. La fine di un amore. Il tradimento di un amico. Il tradimento di una moglie, di un marito, di un padre o di una madre. Un licenziamento. Un insuccesso personale. Quanto potrebbe andare avanti la lista. Innanzi a tutto ciò, a chi affidi la custodia del tuo cuore? Con chi spezzi il pane delle tue ferite? Con chi spezzi il pane della tua commozione? «Nave senza nocchiere», che dramma infinito, ma che desiderio ancor più grande abita nel cuore di ognuno. «Se incontrassi finalmente un amico vero, se incontrassi finalmente un padre, una madre», quanti potrebbero sottoscrivere un simile desiderio. Laddove con «padre», «madre», non mi riferisco solamente alla mera paternità o maternità biologica, bensì alla condivisione, alla concessione di lasciarsi guidare nel cammino del vivere per «uscire a riveder le stelle». Non ci sarebbe altra ragione per implicarsi in alcun umano rapporto, se non per l’esperienza di quest’ultima affermazione dantesca. Nelle tenebre, desideriamo uscire a vedere la luce. Si è insieme esattamente per accompagnarsi verso la ricerca del vero, verso la ricerca del bene, del buono, del bello. Può diventare quindi un criterio di verifica personale. Con chi cammino verso il buono? Con chi cammino verso il vero? Verso il bello? Verso il giusto?
Affezione, non è ciò che si pensa. Non è l’infantile sussulto emotivo – sacrosanto e necessario che sia – a cui abbiamo ceduto. Afficere se alicui, attaccare sé a qualcun altro. Ecco l’esperienza dell’affezione. A chi ti leghi? A chi ti attacchi? Ringrazio, pertanto, di essere sempre stato educato a cogliere l’affezione come una dinamica piena di ragione. Non di una fredda ragione, asettica. La vera ragione, capace di cogliere la profondità e il mistero della vita – unica avventura umana all’altezza della nostra dignità – è una intelligenza del cuore. Vi sono dunque due alternative. Per attaccarti a qualcuno occorre coglierne la ragione. Che cosa cerco? Che cosa stimo? Che cosa desidero? Può essere dunque per un irresistibile fascino, e penso a quante persone mi sia affezionato proprio attraverso una tale dinamica. Ma penso anche a quante persone mi sia legato per il supremo desiderio di comunicare quel gratuito sguardo amoroso di cui la mia vita è stata negli ultimi anni sempre oggetto.
Mi chiamo Iacopo Francavilla, ho 23 anni e sono cristiano. Non è un’etichetta. Non è un trofeo, anzi. Agli occhi del mondo si è più disprezzati fregiandosi orgogliosamente di una simile appartenenza. E tu? Chi sei? Di’ chi sei, cioè di’ di chi sei. Infatti, è solo in un’affezionata appartenenza che l’uomo può finalmente ritrovare se stesso. Liberamente, dipendendo. Davanti a chi vuoi inginocchiarti, consegnando dunque la tua vita?
di Iacopo Francavilla