«Di chi sei figlio?»

Quante volte mi è capitato di ripeterlo. «Immaginatevi di alzarvi e guardarvi allo specchio ogni mattino, pensando di essere figli di nessuno, partoriti dalla casualità delle circostanze, abbandonati in un mondo senza scopo e senza ordine, dentro il quale, pertanto, dovete prodigarvi affannosamente con tutto voi stessi per potervi dare uno scopo, ma che ultimamente vi lascerà sempre soli, figli di nessuno; oppure alzarvi e guardarvi, quando ancora la faccia è inebetita dalla stanchezza e dal primo risveglio, mentre i pensieri cominciano a riaffiorare e con essi le relative preoccupazioni ed impegni quotidiani, le gioie e le speranze, l’attesa e la promessa di cui è intessuta la giornata, e vedendo la vostra immagine riflessa riconoscervi figli di Qualcuno, figli di un Padre che vi ha voluti, amati, pensati e generati sin dall’eternità. Non c’è alcun affanno, alcun valore da dovervi costruire, e tutta l’ampiezza e il gusto della vita nient’altro è che prendere sempre più coscienza di questo eterno amore che vi dona l’essere e la vita ad ogni istante. Avanti, quale sarebbe la posizione che maggiormente vi imprimerebbe una operosità nella giornata? Che vi desterebbe un sentimento e un desiderio di protagonismo – protos agonistes, il primo a cominciare la lotta – dentro il quotidiano? Che vi farebbe iniziare non schiacciati dal travagliato affanno del quale così frequentemente siamo vittime? Che vi farebbe guardare la realtà a iniziare da voi stessi, alle cose, agli impegni, al cielo, al sole, alla luna di sera, all’albero che avete innanzi sul sentiero che da casa conduce verso i mezzi, come inesauribile dono?».

Quale immenso dono sarebbe potersi alzare, vivere e affermare a ogni quotidiano respiro della nostra vita questa suprema coscienza d’essere oggetti di amore, figli amati, desiderati e guidati, destinati; oggetti di un Destino, che, ben lungi dal costringere la nostra anarchica libertà, ci attende alla meta della nostra esistenza per poterci donare l’infinita gioia.

«Quante illusorie consolazioni, è ben più facile vivere così», mi si poteva obiettare. «Ma, rispondetemi, che cosa desiderate nel profondo di voi?». Non si poteva di certo mentire e non si può mentire a noi stessi, per quanto ingegnosamente ci prodighiamo nel raccontarci le più astute mistificazioni o perversioni della realtà pur di non guardare al fondo di noi stessi. Confesso, non ho alcuna coscienza di ciò che dicevo o quanto meno è infinitamente piccola. Mi sveglio al mattino, più o meno celermente – molto più difficilmente durante l’inverno, quando il tepore delle coperte è sempre un valido e coccolante motivo per farmi desistere dalla celerità –, mi tiro giù dal letto e infilatemi le ciabatte, a seconda del ritardo, faccio le scale frettolosamente o adagio. Dopo essermi docciato, preso in mano il fon, credo siano i primi istanti in cui ho modo di potermi guardare allo specchio, notando per lo più le eventuali correzioni da apportare alla mia barba o ai capelli da sistemare. Una brevissima descrizione insignificante, finanche noiosamente scontata della mia routine mattutina non può che farmi riconoscere nel grande mare dell’esistenza, popolato da fratelli e sorelle uomini con i quali, quale comune mortale, condivido esattamente gli stessi bisogni e spesso la medesima consapevolezza con cui mi appresto nel fare e rifare gli stessi e medesimi gesti quotidiani.  

Eppure, che cosa mi consente di poter nuovamente ripetere con piena certezza quelle stesse parole provocatorie che rivolgevo ai miei alunni? Quanto sono infinitamente distante da questa coscienza, ma quanto immensamente e struggentemente desidero quanto affermo. La verità non la si possiede, se ne è posseduti. L’amore non si possiede, ci possiede. Il bello, il vero e il buono non sono di nostro possesso. Ci si scopre sorpresi dalla corrispondenza di un avvenimento che giudichiamo bello o altrettanto sorprendentemente si rimane stupiti di fronte un gesto vero, di cui siamo oggetto o che ci vede coinvolti da protagonisti. Quante volte mi è capitato di commuovermi di fronte a certe parole che pronunciavo. Non di certo per megalomania, figuriamoci. Bensì, per quella suprema affezione e infinito desiderio che mi faceva fremere innanzi a parole che non erano mie, ma che desideravo dal profondo delle mie viscere. «È perché lo desidero che posso dirvi questo. Non ho altra certezza se non ciò che desidero».

Esiste la vita eterna? Esiste la possibilità di un amore infinito? È possibile il perdono? È possibile ricominciare ogni giorno non più schiacciati dal grave peso delle nostre colpe? Che cosa me lo fa gridare con pudica ma sicura certezza? Che lo desidero. Nient’altro. Questa è la mia certezza. E di fronte a queste parole mi ritrovo mendicante, sicut cervus desiderat ad fontes aquarum, come un cervo che anela ai corsi d’acqua.

«Troppo bello per essere vero». A quale cinica posizione diamo così facilmente il primato sulla nostra esistenza. La vita occorre difenderla. Occorre quotidianamente intraprendere una lotta per non arrendersi al nefasto cinismo a cui quotidianamente siamo tentati di arrenderci. Non mi riferisco solo al cinismo dai tratti patologici, che facilmente sconfina nell’angoscia e nella depressione esistenziale. Si può ridere, cinicamente. Si può amare, cinicamente. Vivere, cinicamente. Intimamente arresi di fronte alla possibilità che la vita abbia un compimento ed un destino buono. Sfiduciosi di noi stessi e della grandezza di cui il nostro cuore è costituito.

In buona compagnia, sono stato ieri sera al cinema a vedere Rental family, un film della regista giapponese Hikari. La storia si concentra sulla vita di Philip, un attore americano che da sette anni vive in Giappone dilaniato dalla solitudine. Per scappare dalla precarietà dell’agognata vita cinematografica, accetta di lavorare presso la Rental Family, un’agenzia che si occupa di fornire attori per impersonare familiari, amici o amanti su richiesta. Pertanto, una ragazza omosessuale contatta l’agenzia per ottenere un marito da sposare così da scappare con la sua vera amata, ovviando all’inevitabile stigma sociale. Una madre richiede un padre di famiglia nella speranza di pacificare la piccola figlia abbandonata dal papà e ora immersa in un periodo difficile dell’esistenza, per quanto la speranza della mamma sia l’ammissione della piccola presso un college giapponese. Il protagonista si ritrova quindi costretto a recitare parti, impersonificando ruoli e personaggi falsamente. Poi, però, scopre di non riuscire a fare a meno di affezionarsi. Del resto, vi consiglio vivamente la visione. Nelle prime mosse e conoscenze dell’agenzia, Philip incontra una sua collega che in una battuta, a mio giudizio, svela il contenuto e il profondo significato del film: «a volte abbiamo solo bisogno di qualcuno che ci guardi negli occhi e che ci ricordi che esistiamo».

Non sarebbe mai degno della nostra statura umana la negazione dell’esistenza di quel «qualcuno» prossimo a guardarci negli occhi. Quanto desideriamo è ciò che immediatamente ci lancia nel paragone con la realtà, protesi verso una ricerca che sarebbe assurda qualora negassimo la meta. Dovremmo infatti censurare lo slancio e l’impeto proteso della nostra umanità, che, se cerca e si muove, è per un credito dato all’esistenza di ciò che si spera e desidera. Allora, quanto ci fidiamo dei nostri desideri? Cinici o speranzosi che siamo. Cerca, perché trovi. «Troppo bello, pertanto è vero». Che nuova e imprevista rotta comincia ad assumere la nostra vita quando ci abbandoniamo fiduciosi che ciò che cerchiamo e ciò per cui il nostro cuore è fatto c’è. Non occorre verificare “se” c’è, bensì verificare “che” c’è. Sembra un gioco di parole, ma occorre provarci per sorprendersi della propria esperienza.

di Iacopo Francavilla

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«Di’ chi sei, cioè di’ di chi sei»

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