Padre Aldo: la depressione non è l’ultima parola
Con questa prima puntata vorrei riproporre in una serie di articoli i tratti salienti della vita di padre Aldo Trento, sacerdote missionario in Paraguay dal 1989 e scomparso in seguito ad una malattia nel 2024. Quando aprì il blog, l’intenzione primaria era quella di condividere quanto di bello andassi incontrando. La vita di padre Aldo mi è sempre stata estremamente cara per tanti aspetti, capace di comunicare la certezza di un destino buono della vita dentro l’esperienza del dolore. Come lo è stato - e lo è – per me, spero possa diventare un amico a cui guardare anche per voi.
«Vengo da un Paese dove si canta spesso una canzone di Violeta Perra. Si chiama Corazón maldito, ‘cuore maledetto’. E dice: “Cuore maledetto, perché palpiti? / Perché batti come una capanna/testarda come una capra?” (avete presente la capra? Testarda, tenace…) Ma c’è un’altra canzone sua, ancora più famosa, che esprime il panteismo: “Grazie alla vita, che mi ha dato tanto…”. Bene: tre mesi dopo questa canzone, si suicidava. “Grazie alla vita”, e tre mesi dopo rifiuta la vita. Perché? Perché non si può ringraziare la vita se non si incontra il significato della vita, se non si incontra il motivo per cui il cuore batte. Amici, io voglio raccontarvi come vivo la stessa avventura di Violeta Parra, ma dentro l’esperienza di quello che è accaduto in questi giorni a voi e che da moltissimi anni accade in ogni momento. Cioè: io vorrei comunicarvi la gioia del vivere che nasce dentro al dolore che vivo».
Sono le parole che padre Aldo Trento, missionario della Fraternità San Carlo Borromeo, rivolse nel 2010 ad una grande adunata di giovanissimi che si raccolsero nella Fiera di Rimini in occasione degli annuali esercizi spirituali di Gioventù Studentesca. Ho sempre profondamente stimato la vita di padre Aldo, invidiandola profondamente. Non di certo per l’esperienza di quel dolore (depressione) che lo ha accompagnato per tutta la vita, ma che lui chiamava «la grazia più grande perché lì, strisciando per terra e gridando “Dio, se ci sei mostra il tuo volto!”, come l’Innominato» cominciò continuamente ad accorgersi e a ripetere: «ma io non sono questa cosa qui; non posso essere ridotto a questa situazione disperata. Io sono frutto di un amore più grande, dell’amore di Dio. Cristo è nato per me. Cristo è morto per me. E io voglio stare presso a Te. Il mio nome è Cristo. Non “io sono immagine di Cristo”: il mio nome è Cristo»; l’ingente fascino nasceva piuttosto dall’esperienza di fede che ha intessuto profondamente la sua carne.
Il cristianesimo, ma direi l’esperienza di Cristo stesso, per padre Aldo non ha mai rappresentato l’approdo ad un intimistico porto sicuro che potesse garantire una protezione dal dramma e dall’inevitabile dolore e sofferenza di cui la vita è fatta. No. Per padre Aldo ha sempre significato l’immersione profonda dentro il proprio dramma umano, nella scoperta che «un Altro ti ama non nonostante i tuoi peccati, ma con i tuoi peccati», per quello era solito ripetere che «chi ha vergogna dei suoi peccati è perché non ha ancora incontrato Cristo. Perché chi incontra Cristo non ha più vergogna dei propri peccati».
Quanto spesso nella mia vita corro il rischio dello scandalo per la mia miseria. Scandalizzato dei miei peccati, come se ogni volta rivelassero un aspetto che non credevo appartenermi. Eppure, ciclicamente la monotonia della mia miseria torna a sorprendermi di nuovo. In fondo, non ho chiara coscienza di chi sono, perché non ho chiara coscienza di chi appartengo. Cristo ci – mi – sarà sempre estraneo fintanto rimarremo scandalizzati della nostra umanità, estranei ad essa. Ma, insomma, per che cosa è venuto quest’uomo? È impressionante la capacità che abbiamo di invertire continuamente il metodo cristiano. Venuto per i poveretti, superbamente vogliamo continuare a difendere la nostra presunta integrità morale. Ma non è per questo che è venuto il Signore, eppure che umiltà e povertà di cuore ci vuole a riconoscerlo.
D’origine venete, padre Aldo nacque a Faller di Sovramonte, in provincia di Belluno, il 12 gennaio 1947. Figlio di un’umile famiglia cattolica, entrò per una fatale bugia nella congregazione dei padri Canossiani. È lui stesso a raccontarlo: «tutto è incominciato con una bugia. Era il 18 marzo di 60 anni fa, vigilia di San Giuseppe in quel tempo festa di precetto. Con i miei compagni giocavo a palle di neve nella piazza del mio paesino, Faller, ubicato nella sponda destra della valle del Cimon, la valle che inizia a San Martino di Castrozza. Alle quattro suonano le campane a festa. Nella sacrestia della piccola ma bella Chiesa del paese (oggi ha 180 abitanti) c’ è un sacerdote canossiano che aspetta per le confessioni. Arriva il mio turno. Timido com’ero avevo paura. Non ricordo cosa gli ho detto. Ricordo però la domanda che il padre mi ha fatto mettendomi in imbarazzo: “Ti piacerebbe essere sacerdote canossiano?” “Se gli dico no, ho paura che mi sgridi, per cui vale la pena dirgli: “sì” e una volta uscito tutto sarebbe continuato come sempre”. Quella bugia fu fatale. Uscito dalla Chiesa non ero più quello di prima. Dio mi aveva scelto. In me un grande desiderio di entrare in seminario. Corsi subito a casa per dire a mia madre che volevo andare in seminario dei padri canossiani. Terminato l’anno scolastico e il 28 luglio ho lasciato tutto e in autostop (era un trattore) sono andato dove i Canossiani avevano il seminario estivo. Sono passati 60 anni, oggi 18 marzo. Avevo 11 anni! Non ho fatto nessuna verifica, tutto era già chiaro. A Dio gli è bastata una bugia».
Affascinato dai temi della contestazione sociale, attraverso alcuni suoi studenti entrò in contatto con il Movimento di Comunione e Liberazione, coinvolgendosi dentro la storia di quella compagnia. Molto presto, sarà durante un convegno di CL che padre Aldo farà un incontro che cambierà per sempre il corso della sua vita. «Accadde che un giorno ho incontrato in un’assemblea a Padova del movimento di Comunione e Liberazione una signora vedova con tre figli, che raccontava la sua testimonianza. Mi ha veramente preso tutto. Da quel momento l’ho cercata, l’ho cercata per mari e per monti, finché ci siamo incontrati e ambedue ci siamo innamorati l’uno dell’altro. A quel punto lì entra in gioco la mia depressione, dovuta soprattutto al fatto che fossi sacerdote e che non avrei mai potuto e voluto rinunciare a quello che ero, non l’avrei mai fatto. Da quel momento, non ho più dormito per più di dieci anni. Immaginatevi voi che cosa voglia dire non dormire per più di dieci anni… è da diventare matti. Le sensazioni che avevo di calore e di freddo, la non più voglia di vivere... Sono andato finalmente a Milano da don Giussani, che mi ha ricevuto vedendomi come un poveraccio con le lacrime agli occhi e distrutto persino fisicamente. E mi ha chiesto: “cos’è che ti passa?” e gli risposi “eh, Giussani mi sono innamorato di una donna” e lui mi rispose: “ma che bella cosa che ti è capitata, adesso finalmente diventerai un uomo”».
Che cosa accadde successivamente da fargli riconoscere la verità di quelle parole?