Quale fuoco sostiene la vita?

Lo ammetto. Non sempre è facile. Ci sono certe giornate che paiono forgiarsi dentro il crogiuolo di una mortificazione. C’è un sacrificio ben più grande delle fatiche più o meno ingenti che ci tocca quotidianamente vivere. Non è solo la fatica di alzarsi la mattina, che può costare molto a quanti si apprestano ad iniziare una giornata avvertendo le innumerevoli incombenze come l’ennesima obiezione alla propria libertà. Ci si trova pertanto giovani, ma col cuore avvilito in età di pensionamento.

Leggevo qualche giorno fa sul Corriere della Sera un bell’articolo di Alessandro D’Avenia, nel suo Ultimo Banco, rubrica che attende molti lettori del lunedì mattina. Scriveva D’Avenia: «l’imminente compleanno mi obbliga a dialogare con il tempo, che io, tempo fatto carne, credo di poter dominare contando i giri della Terra attorno al Sole. A che scopo? Solo per sapere quanto sono vicino all’aspettativa media di vita, che per gli uomini italiani si attesta sugli 82? Non ho il controllo del tempo, e sapere il numero di volte in cui la Terra ha girato attorno al Sole mi serve solo a misurare gli anni di vita, non la vita negli anni. Quella come si misura?». Ecco il punto nevralgico. Misuriamo annualmente la vita degli anni, prodighi nel tenere a mente le date più care, che scandiscono i rapporti a cui consegniamo la vita. Eppure, con che cosa misuriamo la vita negli anni?

C’è un sacrificio ben più grande da vivere che i piccoli o grandi dolori che esacerbano la nostra letizia interiore. Che amareggiano o precludono la nostra libertà, che dissonano dalla puntualità dei nostri desideri più veri. La vita negli anni, da che cosa si misura? La vita dei rapporti, da che cosa si misura? La vita della vita a che cosa la paragoni? A quale criterio affidiamo il compito di giudicare la profondità dei nostri istanti di vita, più o meno prolungati che siano?

Il criterio è ciò con cui ti appresti a giudicare qualsivoglia cosa con cui ti impatti. Può essere il criterio dell’indipendenza, della liberté pour la liberté, il criterio economico o il criterio della rivendicazione di una esasperata autonomia, prossima a farci avvertire il pieno antagonismo dei rapporti che ci circondano. «Stai su di dosso», o: «quanto mi annoi», ben più impegnativa diventa l’esperienza di questo antagonismo quanto più prossima è la vicinanza dei rapporti dai quali vorresti rifuggire. Ma è bene chiedersi perché. Foss’anche per opposto, ciò da cui vorremmo rifuggire sollecita quel criterio interiore a cui, volenti o nolenti, è soggetta la conduzione della nostra vita. Pertanto, può risvegliarci per dissonanza quanto desideriamo. Fossi trattato violentemente, fossi vittima di un torto o di una ingiustizia, non è di certo per l’educazione impartitaci che reagiremmo con un irriducibile disappunto, ma è per quel criterio innato di cui il nostro io è intessuto e che ci custodisce, affermando e difendendo la statura della nostra umana dignità.

Ça vans sa dire, non è perché mi è stato educativamente comunicato d’essere fatto per essere amato che reagisco con tristezza quando mi sento trattato senza amore, vilipeso, deriso o deturpato nella mia dignità. È per un criterio interiore che ci costituisce che consequenzialmente ne avverto la stonatura, fossi anche stato avulso da ciò che umanamente parlando favorisce e sensibilizza quel criterio costitutivo della nostra umana stoffa, chiamasi educazione. Ben lungi dalla mera riduzione alle regole e indicazioni esistenziali – importanti che siano –, essa consiste nella eduzione (trarre fuori) dei nostri desideri, sopra i quali , senza una corretta vigilanza – ecco il valore di un permanente atto educativo a cui bisogna affidarsi e soggiacere, senza pensare d’esserne i soli soggetti attivi – facilmente sedimentano chili di polvere, rendendoli meno accuratamente riconosciuti e nominabili.

Obliterati che siano i nostri desideri; offuscato che sia l’orizzonte del nostro quotidiano; deprivato l’impeto entusiastico che caratterizza quella curiosità alla quale la vita dovrebbe trovarci sempre disponibili, che cosa rende «la vita negli anni»?

Non sempre è facile, ci sono giornate passate senza consapevolezza, compagne di un grigiore di cui il cielo mattutino ne è riflesso. Sono le giornate che si apprestano a cominciare quando, smorzata, diviene flebile la consapevolezza del significato, del perché che, solo, è in grado di poter accompagnare tutti i come.

C’è un sacrifico ben più grande delle fatiche più o meno insormontabili che possono aspettarci dietro gli angoli delle ore che scandiscono il quadrante dell’orologio: è la perdita del significato. Assorti dentro il vortice frenetico degli impegni quotidiani, si può essere lieti, quando la sera corichiamo il capo sul morbido cuscino, solo nella consapevolezza di un significato presente, che, distrattamente, incoscientemente, superficialmente vissuto che sia, è stato – ed è – l’arcano sostegno, sub teneo, che dal basso sostiene ogni azione che compiamo.

Quando manca il sostegno, è facile che il quotidiano sia costruito senza una solida base. Si può costruire, ma bisogna prepararsi alle inevitabili conseguenze che ci attendono quando il crepuscolo accenna a scomparire e la notte porta con sé i segreti più veri, le domande più acute, dalle quali, adesso – vogliamoci bene –, non è più conveniente scappare.

C’è un solo sacrificio che ci attende ogni mattino: è la consapevolezza delle ragioni per poter ricominciare, ancora un’altra volta. «È bello vivere perché vivere è ricominciare, sempre, ad ogni istante», diceva Cesare Pavese. Per ricominciare occorre però una ragione, perché ogni maratona la si affronta solamente se sorretti da un perché che rende possibile oltrepassare l’obiezione di ogni come.

di Iacopo Francavilla

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