Wendy Duffy: un disperato grido di dolore e l’urgenza di liberare la libertà

«Da allora esisto, non vivo». Sono le parole di Wendy Duffy, cittadina britannica, che otterrà oggi il suicidio medicalmente assistito in una clinica svizzera. Wendy non è stata in grado di superare la disperazione successiva alla prematura scomparsa di Marcus, il proprio figlio ventitreenne tragicamente morto in seguito ad una crisi respiratoria. La madre le diede da mangiare un pomodoro. Di traverso, si è rivelato letale. Imprevisto straziante.

La vicenda riapre il dibattito culturale, giuridico e bioetico in Inghilterra. Non mi soffermerò di certo sulla decisione di questa donna, verso la quale provo un moto di profonda tenerezza e compassione. Una donna che non è stata in grado di trovare un’adeguata risposta al dolore lacerante, che primeggia imparagonabilmente fra le sfide della vita. Possiamo chiamare “libertà” la decisione di una donna che, pesantemente condizionata dal buio pesto della disperazione, reclama il proprio desiderio di felicità attraverso un tragico gesto? Che libertà è?

Il problema è di certo culturale. Wendy è sicuramente l’esito di una concezione che pervicacemente tenta in mille e mila modi l’emancipazione dal dolore, squalificandolo interamente dalla comprensione della vita. Sia chiaro, non c’è alcun uomo sano che rivendichi il diritto e il desiderio di soffrire. È per la vita che siamo stati creati ed è la gioia ciò a cui profondamente aneliamo. La vita chiede l’eternità e il dolore è profondamente avvertito come contradditorio a quanto desideriamo. Non ci sarebbe alcun’altra ragione a reggere il progresso scientifico-medico che il tentativo di prendersi a cuore il dolore altrui. Occorre ricordarlo, per quanto il transumanesimo – nefasto tentativo di oltrepassare i limiti della natura umana con l’ausilio del contributo tecnico – attesti l’esercizio della propria tensione alla sola dimensione “guaritiva” [neologismo nostro], vero e primario compito medico è l’indefesso tentativo “curativo” del paziente.

Ben lungi da un mero gioco di parole, chi cura ammette e riconosce diritto di cittadinanza al dolore nella propria vita. L’esasperazione sulla guarigione, invece, delegittima la possibilità che la sofferenza – dimensione umana che differisce dalla percezione del dolore animale – sia parte integrante della vita. Immersi dentro una società che ha parossisticamente esasperato la libertà all’invalicabile principio di autodeterminazione, è emersa una nuova forma di schiavitù.

Orgogliosamente emancipatisi dalla “schiavitù religiosa”, che, a detta dei benpensanti della società odierna (occorrerebbe domandarsi quale sia la loro proposta), avrebbe reso condizionatamente soggetto l’uomo all’influsso del potere clericale, per lo meno nelle nostre società occidentali, la cui identità, che dir si voglia, si è costituita nelle odierne vilipese radici cristiane, ci si trova oggi alienatamente soggetti ad una schizofrenica idolatria della libertà.

Occorre nuovamente liberare la libertà. La libertà non è certamente libera quando appena esercita la più o meno sconclusionata facoltà decisionale. Una minima analisi esperienziale della propria vita potrebbe innumerevolmente documentarlo. La libertà è libera quando aderisce a ciò che può compierla, a ciò che può soddisfare il profondo anelito del cuore umano.

Possiamo forse riconoscere alla povera Wendy una capacità di esercizio della propria libertà, quando pesantemente condizionata dal greve macigno, che grava come masso sulla propria coscienza, originatosi dalla morte del proprio figlio?

Paradosso dei paradossi: Wendy anela alla vera libertà, vittima di un sistema socio-culturale che sorregge e tutela a tutti i costi il principio di autodeterminazione, dimentico della possibilità che la libertà possa divenire schiava di se stessa, quando immersa dentro una disperazione la cui unica possibilità di fine coincide con l’interruzione del proprio decorso di vita naturale.

Pur nella decisa condanna, soggetta ad uno sguardo tenero e compassionevole, della drastica decisione a cui si sottoporrà quest’oggi Wendy, la vera sconfitta culturale ed educativa riguarda la nostra civiltà, promotrice di un’idolatria schiavizzante della libertà, che abbandona l’uomo alla propria disperata sofferenza. Dunque, si taglia la radice per curare il ramo che soffre.

Qualcuno è venuto «perché nulla vada perduto», né il mio grido né quello disperato di Wendy, la cui vera accoglienza più che in una somministrazione farmacologica è nella vittoria di un Uomo che duemila anni fa condivise interamente l’umana disperazione, redimendo il grido di dolore e portandolo con sé in paradiso.

Nel mistero del dolore, che cosa ne stiamo facendo della vita umana?

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